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Recensione: Aurora Rising, Amie Kaufman & Jay Kristoff

“Do moons choose the planets they orbit? Do planets choose their stars? Who am I to deny gravity, Aurora? When you shine brighter than an constellation in the sky?”

È l’anno 2380 e ai cadetti dell’ultimo anno dell’Aurora Academy sta per essere affidata la prima vera missione. L’allievo migliore della scuola, Tyler Jones, sa che, proprio in virtù della sua eccellenza, gli verrà concesso di comporre a suo piacimento la propria crew e per questo sogna già di reclutare la squadra perfetta. Peccato che, a causa del suo voler fare l’eroe a tutti i costi, come punizione gli vengano assegnati d’ufficio i cadetti scartati da tutti gli altri compagni. Il dramma è che non è nemmeno questo il problema principale di Ty, dato che, dopo aver risvegliato da un sonno che durava duecento anni Aurora Jie-Lin O’Malley, scopre che proprio lei potrebbe innescare una guerra millenaria e che, ironicamente, proprio lui e i suoi disperati compagni potrebbero essere l’ultima speranza per l’intera galassia.

Molte di queste stelle in realtà sono morte milioni di anni fa. Ma sono talmente distanti che la luce che hanno proiettato prima di morire non ha ancora smesso di raggiungerci. Stai guardando un cielo pieno di fantasmi 

Aurora Rising è uno young adult sci-fi, il primo della trilogia Aurora Cycle, scritta a quattro mani da Amie Kaufman e Jay Kristoff, edito in Italia dalla Mondadori.
Il secondo volume della serie, Aurora Burning, verrà pubblicato in italiano il 16 Marzo, inoltre gli scrittori hanno annunciato di star lavorando assieme alla MGM Television per la creazione di una serie tv basata sulla trilogia.

Questo libro è una combinazione di spazio, telecinesi, azione, amicizia, sentimento, battute irriverenti e stravaganti razze aliene, il cui collante è indubbiamente la squadra 312, che grazie ai variegati punti di vista dei suoi componenti, riesce a far scorrere la narrazione senza mai appesantire il lettore, spingendolo a proseguire la lettura per svelare il background e le sfaccettature di ciascun protagonista.

I protagonisti sono sette e sono abbastanza stereotipati in quanto presentano caratteristiche che è facile riscontrare in molti personaggi di altri young adult.
C’è la mente del gruppo, Tyler, il ragazzo d’oro, sempre impeccabile e astuto;
Auri, la ragazza catapultata in un contesto completamente nuovo, che non sa quello che fa, né ha ancora compreso il suo ruolo;
Scarlett, che usa la sua bellezza e il suo acume per manipolare gli altri;
Cat, la ragazza alternativa piena di tatuaggi, sempre pronta a partecipare alle risse;
Kal, l’alieno bello, taciturno e muscoloso, il misterioso del gruppo;
Fin, altro ragazzo alieno, sempre con la battuta pronta;
Zila, una ragazza intelligente ma incapace di integrarsi.

Molto probabilmente se avessi letto questo libro a 16 anni adesso sarei sotto un treno, avrei una folle cotta per Tyler Jones e starei sognando di solcare la galassia con la squadra 312.
Purtroppo non ho più 16 anni, e quindi oltre a vedere i lati positivi della storia, quelli che mi fanno sorridere, mi balzano agli occhi anche i difetti, e in questo caso, ne ho visti parecchi.

Tra le cose che non mi hanno convinta del tutto, il worldbuilng scontato, completamente privo di originalità, tanto che mi sembrava di vedere un film di fantascienza dei primi anni 2000, la trama davvero ovvia, che sembra riprendere film e serie tv conosciuti, scontata al punto che riuscivo ad indovinare cosa sarebbe accaduto prima ancora che si smuovessero le acque, la nemesi “finale” che sa tanto di plagiato e il fatto che quella che dovrebbe essere la protagonista principale non riesce a risaltare sugli altri personaggi, difatti non sono riuscita ad affezionarmi a lei.

Tra le cose che ho apprezzato, invece, il ritmo narrativo fluido, capace di intrattenere, il background dei personaggi e lo sviluppo dei legami che si crea, i dialoghi taglienti, irriverenti e divertenti e il finale, capace di smuovere il lettore.

Nel complesso, Aurora Rising è una lettura leggera, che sa piacevolmente intrattenere, ricca di sentimenti positivi come l’amicizia, il senso di lealtà e appartenenza, la famiglia e anche l’amore, forse qualche sentimento negativo in più avrebbe reso più realistico il tutto.
Comunque resta un libro perfetto per una divertente fuga dalla realtà senza troppe pretese.

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Recensione: Il Principe Crudele, Holly Black

Most of all, I hate you because I think of you. Often. It’s disgusting, and I can’t stop.

Jude era solo una bimba quando i suoi genitori furono brutalmente assassinati. Fu allora che sia lei che le sue sorelle vennero rapite e condotte nel profondo della foresta, nel mondo magico. Dieci anni dopo, l’orrore e i ricordi di quel giorno lontano e terribile ormai sfocati, Jude, ora diciassettenne, è stanca di essere maltrattata da tutti e soprattutto vuole sentirsi finalmente parte del luogo in cui è cresciuta, poco importa se non le scorre nemmeno una goccia di sangue magico nelle vene. Ma le creature che le stanno intorno disprezzano gli umani. E in particolare li disprezza il principe Cardan, il figlio più giovane e crudele del Sommo Re. Per ottenere un posto a corte, perciò, Jude sarà costretta a scontrarsi proprio con lui, e nel farlo, a mano a mano che si ritroverà invischiata negli intrighi e negli inganni di palazzo, scoprirà la sua propensione naturale per l’inganno e gli spargimenti di sangue. Quando però si affaccia all’orizzonte il pericolo di una guerra civile che potrebbe far sprofondare la corte in una spirale di violenza, Jude non ha esitazioni. Per salvare il mondo in cui vive è pronta a rischiare il tutto per tutto.

Il Principe Crudele è un fantasy young adult, primo libro della trilogia The Folk of the Air di Holly Black, una delle mie autrici preferite, pubblicato da Mondadori, i cui seguiti sono Il Re Malvagio e La Regina del Nulla, in uscita in Italia il 12 Gennaio 2021, e la novella, inedita in Italia, How The King of Elfhame Learned to Hate Stories.
L’ambientazione è il reame magico, per gli appassionati dei libri dell’autrice è un mondo già conosciuto nella precedente serie The Modern Faerie Tales e nel libro autoconclusivo Nel Profondo della Foresta. Nella trilogia The Folk of the Air ritroviamo infatti alcuni personaggi delle precedenti scritture dell’autrice.

Questo libro ha creato una vera e propria divisione tra i lettori, c’è chi lo ama alla follia, chi lo detesta e chi lo ha addirittura abbandonato.
Io appartengo alla categoria di quelli che se ne sono innamorati, nonostante i difetti.
Per me le note positive prevalgono di gran lunga su quelle negative, ci sono tutti gli ingredienti per una storia intrigante, abbiamo una protagonista che non agisce solo per sopravvivere, ma che desidera potere, vuole essere temuta, è ambientato in un mondo spietato, governato da creature grottesche e crudeli che disprezzano gli umani fino al punto di trarre piacere dall’umiliarli e condurli alla follia, e, soprattutto, la Black riprende in modo fedele le leggende sui Fae, sul popolo magico, sulla loro arguzia e i tratti più spregevoli.
Il worlbuilding è unico, oscuro, malato, il reame magico è un insieme di pugnalate alle spalle, creature terrificanti, rancore, bugie, tradimenti, un miasma di sentimenti negativi e crudeltà, tranelli, giochi pericolosi. Le descrizioni dell’autrice sono vivide, accurate, ipnotiche.
La Black non tratteggia sogni ma incubi su carta, anche se in alcuni tratti non si è soffermata sulle descrizioni delle creature, riportandone solo il nome e dandone per scontato la conoscenza.

Certo che vorrei essere come loro. Loro vivranno in eterno. Sono belli come spade forgiate da qualche fuoco divino. E Cardan lo è ancora di più. Lo odio più di chiunque altro. Lo odio talmente tanto che qualche volta, quando lo guardo, mi manca il respiro.”

La trama si apre con un flashback, Jude Duarte è solo una bambina quando, assieme alla gemella Taryn e alla sorella Vivienne, assiste al massacro dei genitori ad opera di Madoc, una creatura del mondo magico, nonché padre di Vivienne.
Madoc porterà la bambine con se nel reame magico, dove vivranno una vita da emarginate a causa della loro mortalità. Crescendo, Jude e Taryn, sopporteranno in silenzio i soprusi delle creature del reame fatato, le loro azioni spietate e immorali, finché un giorno Jude non troverà il coraggio di ribellarsi, anelando vendetta e bramando un proprio posto a Corte.

All’inizio ammetto di aver avuto qualche difficoltà con la narrazione in prima persona, ma procedendo con la lettura ho smesso di farci caso, il ritmo narrativo è veloce e incalzante, tanto che mi è stato impossibile alzare gli occhi dalle pagine.
Lo stile di scrittura è curato, ammaliante, scorrevole e piacevole, è una lettura che intrattiene, intriga e incuriosisce.

I personaggi della Black sono tutti perfettamente caratterizzati, meravigliosamente complessi, riconoscibili nella loro unicità. Jude è una protagonista atipica, l’antieroina per eccellenza, portatrice sana di rancore, prova invidia nei confronti delle creature magiche, è bugiarda, manipolatrice, pronta a versare sangue per raggiungere i suoi obiettivi, perfetta per il mondo spietato in cui è cresciuta.
Sicuramente controverso il rapporto con il patrigno Madoc, con cui la Black ci ha voluto omaggiare di un esempio di Sindrome di Stoccolma.
Cardan come personaggio è decisamente più stereotipato e la sua evoluzione è abbastanza intuibile.
Il rapporto tra i due è sicuramente malato, tossico, ma altrettanto giusto per il contesto in cui si trovano i protagonisti.
Cardan, come le altre creature immortali che popolano il reame, è abituato a pensare in modo egoistico, agisce per tranelli, opera crudeltà, non è umano e non prova sentimenti umani, così come Jude, che invece mira a diventare come le creature che detesta, se non più potente, per ottenere vendetta, e che non ha mai conosciuto modi di pensare umani, per tanto tra i due non potrebbe mai esserci una classica storia d’amore come la si intende normalmente.

In conclusione adoro i mondi creati dalla Black e anche in questo caso mi sono innamorata della sua penna, delle leggende e del mondo fatato, che fatato non è, che ha creato. Adoro il fatto che la divisione tra bene e male non sia netta, ma che l’autrice riconosca la dualità e la coesistenza di questi elementi nei suoi personaggi, le sue descrizioni crude e oscure e la complessità nascosta dietro una narrazione apparentemente semplicistica.
Il Principe Crudele è una lettura piacevole, intrigante che non vi permetterà di abbandonarla, portandovi ad odiarla o ad amarla.

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Recensione: Il Nome del Vento, Patrick Rothfuss

“Il mio nome è Kvothe. Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a Dei, amato donne e scritto canzoni che fanno piangere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.”

“Ero distante solo due dozzine di piedi, lo vedevo perfettamente nella luce del tramonto. La sua spada era pallida ed elegante, tagliava l’aria con un suono freddo. La sua bellezza quella perfetta della porcellana. Era un Chandrian, un distruttore, e aveva appena massacrato la mia famiglia.” Per ritrovare quella mostruosa creatura e vendicare la sua famiglia, Kvothe è pronto a tutto. Costretto ad affrontare la fame e qualsiasi tipo di pericolo, il ragazzo sente crescere dentro di sé un potere magico che lo porterà all’Accademia, una spietata scuola di magia in cui nessun errore è permesso. Ma chi resiste ai duri anni dell’apprendistato poi sarà in grado, forse, di affrontare i propri spietati nemici e gli incubi peggiori. E Kvothe ora è pronto a vendicare il popolo nomade di attori con cui è cresciuto, massacrati insieme ai genitori dai demoni Chandrian, è pronto a diventare quello che sarà: potente mago, abile ladro, maestro di musica e spietato assassino, l’eroe che ha ispirato migliaia di leggende.
Patrick Rothfuss ha scritto una saga completamente differente dalle altre – ha detto Orson Scott Card: “Un Harry Potter senza concessioni agli aspetti infantili, più cupo, un romanzo complesso ma con uno strano tocco di dolcezza e una leggerezza segreta che creano un mondo epico mai visto”. Il Nome del Vento, il primo volume della trilogia “Le Cronache dell’Assassino del Re”, è stato pubblicato nel 2007 negli Stati Uniti e, nello stesso anno, ha vinto il Quill Award per il miglior libro fantasy, consacrando Rothfuss tra i maestri contemporanei del genere.

Il Nome del Vento è il primo libro della trilogia fantasy Le Cronache dell’Assassino del Re, scritta da Patrick Rothfuss, l’edizione in questione è l’edizione speciale del decennale, edita Oscar Mondadori, arricchita da spettacolari illustrazioni e da una nota speciale dell’autore.

Mi ero ripromessa spesso di intraprendere questa lettura, in attesa da mesi nella mia libreria, guardavo questo libro imponente e sentivo che non mi avrebbe delusa, avevo una strana sensazione a pelle che mi diceva che mi avrebbe dato più di quanto mi aspettassi. Così ho deciso di riporlo, in attesa, proprio per l’ultimo mese dell’anno, quando si tirano le somme e si cerca di far quadrare la nostra vita, in attesa di cominciare un nuovo capitolo.

Questo romanzo è qualcosa di unico, qualcosa di cui abbiamo un disperato bisogno senza saperlo. È un romanzo che va letto con calma, va assaporato, assimilato, necessita dei suoi tempi per entrarvi nel cuore. Lo stile di scrittura di Patrick Rothfuss è uno stile ipnotico, musicale, capace di ammaliare e rendere interessanti anche i gesti più comuni, come il semplice poggiare un boccale su un bancone di legno.
Questa storia è un intreccio di chiaroscuri, delicata ma impegnativa e potente al tempo stesso, ricca di tormento ma anche di dolcezza, un mosaico di luce e tenebre e musica, c’è musica dappertutto, tra le parole, nei gesti e perfino dove meno ci si aspetta di trovarla, nei silenzi più profondi.

Il worldbuilding dietro a tutto questo è qualcosa di pazzesco, meraviglioso, folle, l’autore ha pensato proprio a tutto, alle diverse valute monetarie, ai dialetti, a un calendario apposito, tutto addentrato in una perfetta ambientazione medievale che, nonostante non sia tracciata nel dettaglio, risulta perfettamente chiara nella mente del lettore. La narrazione è spesso arricchita da canzoni, poesie, filastrocche e miti capaci di sorreggere e aiutare lo sviluppo della trama, e che spesso raccontano più di non quanto faccia il protagonista.

I personaggi sono tutti perfettamente caratterizzati, mentre l’elemento fantastico è ancora nebuloso, a tratti celato e confuso. Ci viene mostrato come un elemento elitario a cui solo pochi eletti possono accedere, è costituito dalla “Simpatia”, una magia legata indissolubilmente alla scienza, e al potere che ha la conoscenza dei Nomi sulla materia.

Lascia che dica una cosa prima di cominciare. Ho narrato storie in passato, dipinto immagini con le parole, raccontato menzogne dure e verità ancora più dure. Una volta, ho cantato i colori a un cieco. Ho suonato per sette ore, ma alla fine disse che li vedeva, verde e rosso e oro. Quello, penso, fu un compito più facile. Cercare di farvela comprendere con nient’altro che le parole. Non l’avete mai vista, non avete mai sentito la sua voce, non potete sapere.

Questo libro è la storia di Kvothe raccontata dalle sue stesse labbra, la storia della sua vita, attorno al quale sono state tessute leggende positive e meno, Kvothe sceglie di fare chiarezza proprio per eliminare le menzogne.
In un piccolo villaggio, in una locanda chiamata La Pietra Miliare, Kvothe si nasconde dietro una falsa identità, dietro ad un bancone pulito, insieme al suo apprendista, Bast. È chiaro sin dal principio che più di qualcosa è andato storto nella sua vita, e che, al tempo stesso, Kote non è come si mostra ai pochi e soliti avventori della sua locanda. C’è un’aura di mistero attorno a lui, è più astuto di quel che sembra e più pericoloso di quanto vorrebbe apparire. È Cronista, altro protagonista, a raggiungerlo e chiedergli di raccontargli la sua storia, proprio per fare chiarezza sul mito costruito attorno al suo nome. Allora Kvothe inizierà il suo racconto, proprio dalla sua giovinezza, trascorsa a girare il mondo assieme ai genitori.
La narrazione procede su due piani, abbiamo il presente, scritto in terza persona, e il passato, in cui a parlare è proprio Kvothe. Insieme a lui riviviamo la sua giovinezza, le mille difficoltà che ha dovuto superare, la sua vita da girovago trascorsa assieme alla famiglia e alla carovana di artisti con cui ha girato il mondo, lo spiacevole incontro con le creature che diventeranno i suoi nemici, il periodo in cui inevitabilmente diventa mendicante, costretto alla miseria e alla fame e, da ultimo, il tortuoso periodo di studi all’Accademia.

Kvothe è un personaggio estremamente complesso, di cui mi sono lentamente innamorata proprio per questa costante contrapposizione tra l’uomo astuto, chiuso in se stesso, pericoloso ma rassegnato, che se ne sta dietro al bancone della sua locanda, e il ragazzo che invece era, quello con l’anima da girovago e il cuore devoto alla musica, coraggioso, fragile e determinato, pronto a tutto pur di sopravvivere e raggiungere i propri obiettivi.

I miei genitori danzarono assieme, la testa di lei sul petto di lui. Tenevano entrambi gli occhi chiusi. Sembravano così perfettamente contenti. Se riuscite a trovare qualcuno così, qualcuno da stringere e con cui chiudere gli occhi di fronte al mondo, allora siete fortunati. Anche se dura solo un minuto o un giorno. L’immagine di loro due che ondeggiano dolcemente al suono della musica è nella mia mente la raffiguranorazione dell’amore, anche dopo tutti questi anni.”

È davvero difficile parlare di questa storia, è un libro che va letto per essere scoperto e compreso, ti lascia un qualcosa dentro ma non la capacità di esprimerlo a parole. Personalmente questo libro mi ha lasciato musica, emozioni, ho sofferto con Kvothe per i torti che ha subito e gioito assieme a lui quando le cose andavano finalmente per il verso giusto.

Molti sostengono che il ritmo della narrazione sia lento, difficoltoso, ma io non l’ho trovato affatto così, ho amato questo libro dall’inizio alla fine, nonostante la maggioranza di personaggi maschili delle volte si facesse sentire.

Lo stile dell’autore è incredibile e riconoscibile, impossibile non venirne catturati dalle prima righe, perciò per chi ancora non l’avesse fatto leggete questa meraviglia e abbandonatevi completamente alle sapienti mani di Rothfuss.

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Recensione: Il Priorato dell’Albero delle Arance, Samantha Shannon

“We may be small, and we may be young, but we will shake the world for our beliefs.”

La casa di Berethnet ha regnato su Inys per mille anni ma ora sembra destinata a estinguersi se la regina Sabran IX non si sposerà e darà alla luce una figlia. I tempi sono difficili, gli assassini si nascondono nell’ombra della corte. A vegliare segretamente su Sabran c’è Ead Duryan, adepta di una società segreta che, grazie ai suoi incantesimi, protegge la sovrana. Ma la magia è ufficialmente proibita a Inys. Al di là dell’Abisso, in Oriente, Tané studia per diventare cavaliere di draghi sin da quando era bambina. Ma ora si trova a dover compiere una scelta che potrebbe cambiare per sempre la sua vita.
In tutto ciò, mentre Oriente e Occidente, da tempo divisi, si ostinano a rifiutare un negoziato, le forze del caos si risvegliano dal loro lungo sonno. Tra draghi, lotte per il potere e indimenticabili eroine, l’epico fantasy al femminile per il nuovo millennio.

Il Priorato dell’Albero delle Arance è un epic fantasy della scrittrice inglese Samantha Shannon, giovanissima promessa della letteratura, pubblicato dalla Oscar Mondadori nel 2019. Il Priorato è sicuramente uno dei libri che più ho amato tra le letture di quest’anno, nonostante non presenti elementi particolarmente innovativi rispetto ai canoni del fantasy tradizionale, si tratta di una lettura intrigante e coinvolgente, estremamente appassionante.

Una volta entrati nel mondo creato dalla Shannon non c’è via di fuga, dopo qualche capitolo di assestamento per far ambientare il lettore la storia prende il via, rendendo impossibile abbandonare la lettura.
Il libro è ricco di colpi di scena e avventure, ci sono battaglie, segreti, intrighi politici, miti e magia, draghi, personaggi perfettamente caratterizzati, storie d’amore e di sacrificio, la minaccia di un antico male e un world building pazzesco.

La narrazione e di conseguenza i capitoli, sono divisi tra Occidente e Oriente, l’autrice riprende, rispettivamente, un’ambientazione tipica dell’Europa del Medioevo con tutti i suoi difetti, compreso quello di una religiosità totalizzante e bigotta, e un’altra Asiatica, più legata alle leggende e al misticismo che alla storia vera e propria, come si può evincere ad esempio dalla presenza dei Draghi, che vengono venerati alla stregua di Dei dalla popolazione.

I punti di vista sono molteplici, i personaggi sono per la maggior parte al femminile, e sono destinati a intrecciarsi nel finale, come ci si potrebbe aspettare.

I protagonisti sono sviluppati alla perfezione, tra i miei preferiti sicuramente la Regina Sabran per il suo folle coraggio, Ead Duryan, perché essendo il personaggio a cui è riservato più spazio è impossibile non affezionarsi a lei, e in ultimo l’alchimista Niclays Roos, uno dei più complessi, proprio perché presenta più sfumature di personalità rispetto agli altri che sembrano un po’ piatti.

Anche le nemesi sono molteplici, anche se la minaccia più grande resta quella del Senza Nome, un mastodontico drago imprigionato da mille anni, che sta per risorgere, che poteva essere definito meglio, soprattutto riguardo alla sue intenzioni e motivazioni.

Lo stile di scrittura è uno stile ricco, descrittivo e fluido, impossibile non apprezzarlo, anche se delle volte si fa sentire troppo, come nelle descrizioni infinite sul cibo, che potevano essere evitate. Di contro le descrizioni dei draghi contenute in questo romanzo sono qualcosa di veramente spettacolare, perfette e evocative, magistrali.

La cosa che probabilmente mi ha delusa di più, in tanta bellezza, è stato proprio il finale, un finale troppo sbrigativo e scontato. Tantissimi capitoli per arrivare a una conclusione buonista di poche pagine, che non soddisfa il lettore, che si ritrova a chiedersi perché la trama non sia stata sviluppata su più libri per una degna conclusione.

Il Priorato dell’Albero delle Arance resta comunque un fantasy ben fatto che vale la pena leggere nonostante la considerevole mole di pagine, una lettura coinvolgente, emozionante e indimenticabile.
Non sono entrata nel dettaglio proprio per evitare spoiler, penso che il bello di questo libro sta proprio nelle storie personali dei personaggi che meritano di essere scoperte poco per volta, man mano che si prosegue nella lettura.

In conclusione, è stata una delle letture che più ho amato quest’anno, mi è piaciuta molto nonostante mi aspettassi qualcosa di diverso, anche per le importanti tematiche trattate, come le relazioni LGBT, per lo stile di scrittura coinvolgente e il world building interessante, e ovviamente per i draghi di diverse specie che l’autrice ha inserito nella narrazione.

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Recensione: Wintersong, S. Jae-Jones

“I am,” he whispers, “the monster I warned you against.”
“You are,” I say hoarsely, “the monster I claim.”

L’inverno si avvicina, e il Re dei Goblin sta per partire alla ricerca della sua sposa… Sin da quando era una bambina, Liesl ha sentito infiniti racconti sui Goblin. Quelle leggende hanno popolato la sua immaginazione e ispirato le sue composizioni musicali. Adesso ha diciotto anni, lavora nella locanda di famiglia e sente che tutti i sogni e le fantasticherie le stanno scivolando via dalle mani, come minuscoli granelli di sabbia. Ma quando sua sorella viene rapita dal Re dei Goblin, Liesl non ha altra scelta che mettersi in viaggio per tentare di salvarla. E così si ritrova catapultata in un mondo sconosciuto, strano e affascinante, costretta ad affrontare una decisione fatale.

Wintersong è un fantasy young adult della scrittrice S. Jae-Jones, edito dalla Newton Compton, pubblicato in Italia nel 2017. Più in particolare si tratta di un retelling del film Labyrinth, che ammetto di non conoscere, che riprende il mito di Ade e Persefone e la storia classica della Bella e la Bestia.
Wintersong è la perfetta fiaba oscura da leggere in inverno, con atmosfere macabre e selvagge, perfetta per chi ha amato libri come Cuore Oscuro, di Naomi Novik, o L’Orso e L’Usignolo di Katherine Arden.

C’era una volta una bambina che suonava la sua musica per un bambino nella foresta.
Lei era piccola e aveva i capelli scuri, lui era alto e aveva i capelli biondi, ed erano una bellissima coppia mentre ballavano insieme, sì ballavano al suono della musica che la bambina sentiva nella sua testa. Sua nonna le aveva detto di stare attenta ai lupi che si aggiravano nella foresta, ma la bambina sapeva che il bambino non era pericoloso, anche se era il Re dei Goblin.

Liesl, Elizabeth, è una ragazza della Baviera, figlia di locandieri, che passa il suo tempo ad occuparsi della famiglia e a fantasticare sulle storie dei Goblin e del loro Re, che la nonna le raccontava da bambina. Con il passare del tempo la fantasia comincia a sbiadire, compreso il folle patto stretto in giovane età con il Re dei Goblin, compagno di giochi, che le chiese di diventare sua sposa. La ragazza continua ad avere ambigue visioni spettrali che sembrano contraddirla. Nella vita di tutti i giorni Liesl viene costantemente eclissata dalla bellezza della sorella, Kate, e dal talento musicale del fratello, Josep.
Elizabeth non è la tipica eroina, prova invidia nei confronti dei fratelli, rancore e gelosia, il suo unico rifugio è la musica, altra protagonista indiscussa del libro, difatti la ragazza segretamente compone, aiutando anche il fratello, imprimendo la sua anima negli spartiti.

«Volevi diventare una famosa compositrice. Volevi che la tua musica fosse suonata nelle grandi sale da concerto di tutto il mondo.» Sentì il cuore esplodermi nel petto, una fiammata repentina, ma il bruciore indugiò dentro di me anche dopo. Era vero che una volta avevo sognato quelle cose. Prima che il talento di Josef rubasse l’attenzione di nostro padre. Prima che papà mi spiegasse a chiare lettere che il mondo non era interessato ad ascoltare la mia musica. Perché era una cosa strana. Inusuale. Perché io ero una donna.

In una visita al mercato cittadino, la sorella minore Kate, che Liesl definisce superficiale, ruba da una bancarella un frutto magico e, allora, il re dei Goblin, l’Erlkoenig, la rivendica e la rapisce, portandola nel Sottosuolo, luogo oscuro e selvaggio, brulicante di creature crudeli che si divertono con inganni e tranelli spietati. Liesl intraprende un viaggio per salvarla, e lì, in quel Labirinto, le verrà offerta una scelta che cambierà la sua vita.

I personaggi di questa storia sono tutti caratterizzati alla perfezione, è facile affezionarsi a questa antieroina che sgomita in silenzio per cercare di trovare il suo posto nel mondo, così come al tormentato e misterioso Erlkoening, l’autrice riesce a far magistralmente trapelare dalle pagine il peso che comporta la maledizione che lo affligge .
È evidente la crescita che l’autrice riesce a conferire ai personaggi, Elizabeth diventa una donna consapevole, coraggiosa, matura, forte, totalmente in contrapposizione con la ragazza descritta all’inizio del romanzo.
Le ambientazioni, specie quella del Sottosuolo, sono tenebrose, ipnotiche, perfette per chi ama le tinte dark, il mistero e la magia.
Elemento centrale della storia è la passione per la musica, spesso descritta fino all’estremo, anche troppo per chi non la conosce tanto bene.
Un difetto del libro per me, è proprio in queste descrizioni infinite, che rallentano il ritmo narrativo e che delle volte sfociano nel noioso.
Un altro elemento importante è il romance, in Wintersong l’amore è protagonista, un amore che consuma, travolge e che, oltre a divorare l’anima, annienta anche il corpo.
Il finale è un sicuramente una chiusura sofferta per i lettori, ribadisce l’importanza fondamentale del libero arbitrio e si consacra nel coraggio della protagonista.

In conclusione WIntersong è una lettura densa di emozioni, passioni, musica.
Una lettura piacevole, perfetta per l’inverno, per chi ama le atmosfere dark, i regni sovrannaturali, gli inganni, la magia e le creature subdole, per chi è appassionato di antieroi e cerca un romanzo ricco di crescita personale, romantico ma non stucchevole.

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Recensione: La Guerra dei Papaveri, R. F. Kuang

“War doesn’t determine who’s right. War determines who remains.”

Rin ha passato a pieni voti il kējǔ, il difficile esame con cui in tutto l’Impero vengono selezionati i giovani più talentuosi che andranno a studiare all’Accademia. Ed è stata una sorpresa per tutti: per i censori, increduli che un’orfana di guerra della provincia di Jī potesse superarlo senza imbrogliare; per i genitori affidatari di Rin, che pensavano di poterla finalmente dare in sposa e finanziare così la loro impresa criminale; e per la stessa Rin, finalmente libera da una vita di schiavitù e disperazione. Il fatto che sia entrata alla Sinegard – la scuola militare più esclusiva del Nikan – è stato ancora più sorprendente. Ma le sorprese non sono sempre buone. Perché essere una contadina del Sud dalla pelle scura non è una cosa facile alla Sinegard. Presa subito di mira dai compagni, tutti provenienti dalle famiglie più in vista del Paese, Rin scopre di avere un dono letale: l’antica e semileggendaria arte sciamanica. Man mano che indaga le proprie facoltà, grazie a un insegnante apparentemente folle e all’uso dei papaveri da oppio, Rin si rende conto che le divinità credute defunte da tempo sono invece più vive che mai, e che imparare a dominare il suo potere può significare molto più che non sopravvivere a scuola: è forse l’unico modo per salvare la sua gente, minacciata dalla Federazione di Mugen, che la sta spingendo verso il baratro di una Terza guerra dei papaveri. Il prezzo da pagare, però, potrebbe essere davvero troppo alto.

La Guerra dei Papaveri è un libro Military Fantasy della giovanissima e geniale autrice R. F. Kuang. Il debutto in Italia è dovuto alla Oscar Mondadori, che pubblicherà anche i successivi capitoli della trilogia.
L’ambientazione del libro si rifà alla cultura nipponica, più precisamente l’autrice ha scelto di ispirarsi alla seconda guerra sino-giapponese e alla dinastia imperiale Song.

La Guerra dei Papaveri è un libro imperdibile, brutale, intenso, emozionante e doloroso.
Chi deciderà di avventurarsi in questo viaggio indimenticabile affronterà la crudezza sanguinaria della guerra, la travolgente smania causata dalla dipendenza e il terribile rifiuto derivante dalla discriminazione. Assaggerà il morso acerbo della disperazione, motore di azioni deprecabili, nonché unico mezzo per migliorare un destino altrimenti infausto.
Questa è una storia di coraggio, di ribellione, di determinazione e sacrificio con protagonisti umani, fragili e complessi, e di magia, sciamanesimo, grazie al quale le divinità si intromettono nelle vicende dei mortali, portando avanti una battaglia più antica del tempo stesso.
Se il messaggio non fosse già abbastanza chiaro, per chi non l’avesse ancora fatto, leggete la Guerra dei Papaveri!

Questo libro merita un sacco, sicuramente non è un’opera per deboli di stomaco, come molti blogger prima di me hanno giustamente segnalato.
L’inserimento di scene cruente nella narrazione è tuttavia necessario per comprendere a fondo la brutalità della guerra, un monito implicito e giusto che l’autrice ha saputo saggiamente dosare.

La storia si potrebbe dividere in tre fasi.
Nella prima troviamo la protagonista, Runin, decisa a migliorare il proprio destino e ad allontanarsi dalla famiglia affidataria che vorrebbe utilizzarla per i propri scopi, si ritrova a preparare il kējǔ, un difficile esame che mira a selezionare i migliori giovani del paese in vista dello smistamento nelle Accademie. Già dall’inizio possiamo apprezzare la determinazione e la forza di volontà della protagonista, pronta a tutto pur di riuscire nei suoi intenti, nonché lo stile accattivante dell’autrice, capace di catturare già dalla prima pagina.
Nella seconda, Rin comincia l’addestramento alla Sinegard, Accademia Militare in grado di garantire ai migliori studenti un futuro prestigioso tra i ranghi dell’esercito. Qui avranno inizio le prime difficoltà della nostra protagonista, Rin verrà discriminata per il colore della pelle e a causa della sua ignoranza rispetto ai giovani rampolli che, al contrario di lei, sono stati addestrati dall’infanzia.
Nella terza e ultima parte la storia entra nel vivo, la Guerra raggiunge Sinegard e anche i più giovani sono costretti ad imbracciare le armi per difendere il Paese.

“I bambini cessavano di essere bambini quando mettevi una spada nelle loro mani. Quando gli insegnavi a combattere in guerra, li armavi e li mettevi in prima linea, non erano più bambini. Erano soldati.”

Lo stile della Kuang è estremamente evocativo, fluido e scorrevole.
Una piccola pecca per chi è fissato con i dettagli come me, sono stati i tempi di narrazione molto rapidi. Interi anni vengono semplificati in poche pagine, un po’ come se le prime due parti fossero riassunti di un libro a se.
Tuttavia non mi sento di condannare completamente questa scelta, probabilmente un romanzo completamente incentrato sull’Accademia sarebbe potuto risultato noioso rispetto all’opera complessiva.
Tutti i personaggi sono perfettamente caratterizzati, anche se all’inizio ho avuto qualche difficoltà a ricordare tutti i nomi, e ho amato la protagonista proprio per il suo non essere la tipica eroina, per le sue debolezze e la sua forza interiore.

La Guerra dei Papaveri è un libro che tratta tematiche forti, estremamente interessante e meritevole, un libro che va letto proprio per la sua capacità di offrirci importanti spunti riflessivi. Un libro che ti sconvolge e che ti obbliga a fermarti e pensare.

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Recensione: La vita invisibile di Addie LaRue, V. E. Schwab

“The old gods may be great, but they are neither kind nor merciful. They are fickle, unsteady as moonlight on water, or shadows in a storm. If you insist on calling them, take heed: be careful what you ask for, be willing to pay the price. And no matter how desperate or dire, never pray to the gods that answer after dark.” – Estelle Magritte

“Non pregare mai gli dèi che sono in ascolto dopo il tramonto.”.
E se potessi vivere per sempre, ma della tua vita non rimanesse traccia perché nessuna delle persone che incontri può ricordarsi di te? Nel 1714, Adeline LaRue incontra uno sconosciuto e commette un terribile errore: sceglie l’immortalità senza rendersi conto che si sta condannando alla solitudine eterna. Tre secoli di storia, di storie, di amore, di arte, di guerra, di dolore, della solennità dei grandi momenti e della magia di quelli piccoli. Tre secoli per scegliere, anno dopo anno, di tenersi stretta la propria anima. Fino a quando, in una piccola libreria, Addie trova qualcuno che ricorda il suo nome. Nella tradizione di “Vita dopo vita” e “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, “La vita invisibile di Addie LaRue” si candida a divenire una pietra miliare nel genere del “romanzo faustiano”.

Domani, 24 Novembre, arriva nelle librerie italiane uno dei libri più attesi del momento: La vita invisibile di Addie LaRue, di V. E. Schwab.
Il mio rapporto con quest’autrice è da sempre tormentato, passo da stadi in cui il suo stile ricco, musicale e intenso mi stanca, ad altri in cui sviluppo una vera e propria dipendenza, tanto che potrei continuare a leggere le sue parole per ore senza averne mai abbastanza.
L’idea, il progetto, che sta dietro a queste pagine mi ha conquistata prima ancora di riuscire ad approfondire la trama e conoscerne lo sviluppo, e come sempre ringrazio il reclutamento recensori della Oscar Mondadori per averci dato la possibilità di leggerlo in anteprima.

La vita invisibile di Addie LaRue è un concentrato di emozioni e spunti riflessivi.
Le pagine sono dense di quel sentimento di mélancolie che rispecchia l’origine francese della protagonista, c’è un’intensità intrinseca nascosta dietro ad ogni parola.
Ogni passaggio, ogni singola introspezione è capace di scavare a fondo fino ad creare un gorgo di emozioni che ti sollecita l’anima e ti spinge a porti profondi interrogativi sul senso della vita.
Un romanzo faustiano che richiama il decadentismo, una celebrazione dell’arte in ogni sua forma, della forza della vita e della resilienza, una trama che si sviluppa su più piani temporali e una protagonista coraggiosa e indimenticabile.
Le atmosfere riecheggiano lo stile di film intramontabili, come Midnight in Paris, Parnassus, Adaline l’eterna giovinezza.

La storia si apre nel 18° secolo. Adeline, Addie, è una giovane ragazza di un paesino della campagna francese che vive con i genitori e si domanda cosa ci sia al di là della fine della strada. Adeline, a differenza delle sue coetanee, non vuole restare intrappolata nei paradigmi imposti dalla società, non vuole sposarsi e restare bloccata a Villon senza mai scoprire cosa il mondo potrebbe offrirle.
Perciò, quando viene obbligata a sposare un vedovo del suo villaggio comincerà a pregare dei nuovi e antichi alla disperata ricerca di una scappatoia.
Ignorando gli avvertimenti dell’anziana Estele, si ritroverà a pregare dopo il tramonto e allora, finalmente, riceverà risposta. L’oscurità giungerà da lei sotto le sembianze di un suo ideale romantico e le offrirà la possibilità di vivere per sempre al prezzo della sua anima.
Adeline stringe un incosciente patto con l’oscuro, ma il prezza da pagare sarà il più alto. Nessuno si ricorderà mai di lei, una porta chiusa, una testa che si volta e Adeline verrà cancellata, non le sarà permesso lasciare alcuna traccia nel mondo e nemmeno pronunciare a voce alta il suo nome o la maledizione che l’affligge.
Cancellata per sempre per tutti, tranne che per l’oscuro, Luc, l’unica costante che non potrà mai abbandonarla o dimenticarla, con cui ingaggerà uno spietato scontro di volontà, finché un giorno, trecento anni dopo, entrerà in una libreria e un ragazzo, Henry, non pronuncerà le fatidiche parole: “Io mi ricordo.”

La narrazione procede su diversi piani temporali, il passato e il presente, o più precisamente New York nel 2014.
Tra i due, ho preferito sicuramente i capitoli dedicati al passato, ai ricordi di Addie, trovando le vicende a New York più banali, eccentricamente concentrate su innumerevoli feste e attività che poco si adeguano ai sentimenti interiori dei protagonisti.
Lo stile della Schwab è ipnotico come mai prima, le descrizioni sono accurate ma non eccesive. Il ritmo è incalzante grazie ai periodi brevi che danno la sensazione che la storia ben si presti ad essere anche ascoltata, oltre che letta.
I personaggi sono tutti perfettamente caratterizzati, anche se ho trovato Adeline e Luc più completi e interessanti rispetto al personaggio di Henry.
Leggere questo libro è stato qualcosa di intenso, coinvolgente, continuavo a pensarci anche quando non lo avevo tra le mani, curiosa di sapere come sarebbe proseguito.
Il finale mi ha lasciato un senso di insoddisfazione, evito spoiler per chi non l’avesse letto, complice il fatto che dalla trama era abbastanza facile evincere come si sarebbe concluso, anche a causa del narratore onnisciente.

In conclusione, vi consiglio di leggere La vita invisibile di Addie LaRue, è sicuramente un libro indimenticabile, che tratta tematiche forti e importanti, è una lettura impegnativa, non perché lo stile sia particolarmente difficile, ma perché offre profondi spunti riflessivi e necessita di tempo per essere assimilato al meglio.

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Recensione: In Fuga da Houdini, Kerri Maniscalco

“The promise of death was as alluring, if not more so, than the prospect of falling in love. What morbid creatures we were, craving danger and mystery in place of happily-ever-afters.”

Audrey Rose Wadsworth e il suo assillante compagno, Thomas Cresswell, si imbarcano sulla lussuosa RMS Etruria, diretti alla loro prossima meta, l’America. La settimana di spettacoli circensi che allieterà la traversata – compresa l’esibizione di un giovane e promettente artista della fuga – sembra la distrazione ideale prima del tetro incarico che li attende oltreoceano. Ma presto il viaggio si trasforma in un festival degli orrori quando, una dopo l’altra, giovani donne vengono trovate morte. Per Audrey Rose, il Circo al chiaro di luna – con i suoi numeri inquietanti e i personaggi grotteschi – si trasforma in un incubo e la fa tornare alla sua ossessiva ricerca di risposte. Gli indizi sull’identità di una delle vittime sembrano condurre a qualcuno a cui Audrey Rose vuole molto bene: riuscirà la ragazza a fermare il misterioso assassino prima del suo terrificante gran finale?

In Fuga da Houdini è il terzo capitolo della tetralogia con protagonista Audrey Rose Wadsworth, dell’autrice Kerri Maniscalco. La narrazione segue le vicende successive al secondo capitolo della saga, Alla Ricerca del Principe Dracula.
Dopo aver svelato il mistero attorno all’erede del Principe Dracula, Audrey Rose e Thomas Cresswell si imbarcano sulla RMS Etruria, diretti in America, insieme allo zio Jonathan e all’immancabile chaperon Mrs. Harvey. La traversata dell’Atlantico verrà allietata ogni notte da uno spettacolo del Circo al Chiaro di Luna, un circo itinerante con un misterioso e affascinante direttore, che tra le sue file presenta un noto artista della fuga nonché la cugina della nostra protagonista, Liza, che era scomparsa da qualche tempo da casa.
Non appena le luci si abbassano per preannunciare l’inizio del primo spettacolo, una donna viene brutalmente uccisa e il terrore e il sospetto dilagano tra i passeggeri della nave.
La morte sembra seguire costantemente la nostra protagonista, che si troverà costretta a stringere un accordo segreto per riuscire a svelare anche questo macabro mistero.
Seguendo la scia dei particolari omicidi che sembrano legati ai tarocchi, Audrey Rose compirà scelte discutibili, che finiranno per mettere a rischio la relazione con Thomas, e arriverà a mettere in discussione se stessa e le sue scelta di vita.

In Fuga da Houdini (o come mi piace chiamarlo: Che combini Audrey Rose?) è un romanzo che riconferma la crescita dello stile dell’autrice.
L’ambientazione, sontuosa e differente rispetto ai primi due capitoli della saga, ci mostra un mondo dorato che viene stravolto da brutali assassinii.
Questo worldbuilding non mi ha entusiasmata parecchio, ho preferito di gran lunga le atmosfere gotiche e tenebrose dei primi libri, complice il fatto che le descrizioni, comprese quelle riguardanti il circo al chiaro di luna, mi sono apparse fin troppo simili a quelle della trilogia di Caraval di Stephanie Garber.
In questo terzo romanzo abbiamo una notevole aggiunta di nuovi personaggi, tra tutti il direttore del circo, Mefistofele, che porterà scompiglio nella coppia dei protagonisti.
Mefistofele ci viene tratteggiato come un personaggio misterioso, con una morale discutibile e, grazie a lui, farà la sua comparsa lo stereotipo young adult del triangolo amoroso anche in questa saga. Riprendendo il discorso precedente, questo personaggio mi ha ricordato molto la brutta copia di Legend, sempre della Garber.
Sentivamo la mancanza di un terzo incomodo? Sicuramente no, sicuramente no se scopiazzato, sicuramente no se serviva solo per allungare il brodo.
Ho trovato molto interessante, invece, il modus operandi del serial killer, il fatto che gli omicidi fossero legati a qualcosa di arcano come i tarocchi, anche se a questo dettaglio, che è il fulcro dell’indagine, è stato dedicato troppo poco spazio.
Come sempre l’elemento romance è centrale nei libri della Maniscalco, assieme all’introspezione della protagonista e all’interessante tematica della medicina legale.
In conclusione del libro troviamo il punto di vista di Thomas in una novella extra, La nascita del Principe Oscuro.
Nel finale ho avvertito fortemente la mancanza del conclusivo tocco dark, tipico della saga.

In conclusione, In Fuga da Houdini, nonostante presenti uno stile magistrale, mi ha un po’ delusa rispetto agli altri tre libri. Lo considero “il libro di passaggio” necessario per concludere la saga, nonostante l’interessante costruzione degli omicidi.

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Recensione: Ragazzi della Tempesta, Elle Cosimano

It takes more courage to love than to fight.

Scelta numero uno: vivere o morire. In una gelida notte d’inverno, Jack Sommers è chiamato a scegliere tra vivere per sempre, secondo le antiche leggi magiche di Gaia, o morire. Jack sceglie di vivere e in cambio da quel momento in poi sarà un Inverno. Come le altre Stagioni, ogni anno Jack deve dare la caccia e uccidere chi viene prima di lui. Le leggi di Gaia sono chiare: l’Inverno uccide l’Autunno, l’Autunno uccide l’Estate, l’Estate uccide la Primavera, la Primavera uccide l’Inverno. Questo significa che Jack uccide Amber. Amber uccide Julio. Julio uccide Fleur. E Fleur uccide Jack. Sono tutti addestrati a cacciare e uccidere, e tutti a turno muoiono. Ma quando Jack e Fleur – Inverno e Primavera – sono attratti l’uno dall’altra contro ogni buon senso e regola della natura, la legge spietata che governa le loro vite eterne a un tratto diventa qualcosa di personale e di doloroso. Fleur verrà bandita per sempre, se insieme non troveranno il modo per fermare il ciclo naturale delle cose. Quando le quattro Stagioni si coalizzano, mettendo a rischio la loro immortalità in cambio di amore e libero arbitrio, la loro fuga attraverso il Paese li condurrà in un luogo in cui saranno costretti a difendersi contro un creatore che vuole annientarli.

«Ti offro una scelta, Jacob Matthew Sullivan» dice lei. «Vieni a casa con me e vivi per sempre, seguendo le mie regole. Oppure muori questa notte.» Casa. Un’ondata di dolore s’innalza dentro di me. Le afferro il polso mentre il peso schiacciante del mio ultimo respiro mi fa sprofondare. Ti prego, la imploro. Ti prego, non lasciarmi morire.”

Ragazzi della tempesta è un urban fantasy young adult della scrittrice Elle Cosimano, edito Rizzoli, che presenta elementi mitologici e che si avvicina al genere distopico fantascientifico.
La storia si apre con un flashback, ovvero con la morte del protagonista, Jack, a causa di un incidente su una pista innevata. Gaia si presenta a lui per offrirgli una scelta, morire o vivere per sempre seguendo le sue regole.
Jack accetta e diventa un’Inverno, viene quindi inserito nel sistema ciclico delle stagioni coordinato da Gaia e supervisionato da Cronos e dalla sua guardia.
Le personificazioni delle stagioni vengono assegnate a un specifico settore territoriale, ognuna di esse possiede poteri magici legati agli elementi, vengono affiancate da un supervisore che vigila su di loro e ha il compito di riportarli all’Osservatorio, attraverso ingegnose ley line, una volta che la loro stagione è giunta al termine e quella successiva si è presentata per ucciderli.
Al termine di ogni Inverno, Jack viene cacciato da Fleur, la Primavera del suo settore, che ha il compito di ucciderlo. Gli inverni, però, durano sempre più a lungo perché tra i due è nato un amore impossibile che viola tutte le rigide regole imposte all’Osservatorio.
Le stagioni, difatti, non possono avere contatti con stagioni differenti, vivono separate, esclusivamente con i propri simili. Jack allora cercherà disperatamente il modo per poter stare con Fleur, stravolgendo tutti i dogmi imposti da Gaia e organizzando una fuga che coinvolgerà anche Amber e Julio, l’Autunno e l’Estate del loro settore, oltre ai loro supervisori.

“Forse Jack ha ragione e non è vero che dobbiamo darci la caccia a vicenda. Forse quello che dobbiamo fare è trovarci a vicenda. Creare uno spazio gli uni per gli altri e darci a vicenda lo spazio per essere forti. Sostenerci a vicenda quando forti non siamo, e affrontare l’occasionale tempesta.”

Il world building della storia è ricco, interessante, il libro fa riferimento alla mitologia greca e a un mondo nascosto, coesistente con il nostro, in cui magia e tecnologia la fanno da padrona.
I continui accenni agli eventi metereologici, fatti dall’autrice, declinati anche nei diversi poteri elementari delle Stagioni, sono qualcosa di intrigante e sicuramente nuovo.
Però, ed è un grande però, tutto quello che considero il punto di forza della narrazione è stato trattato in maniera semplicistica, poco sviluppato, come se facesse semplicemente da contorno alle banali storie d’amore tra i personaggi.
Abbiamo interi capitoli dedicati all’introspezione (con concetti ripetitivi) e ai ricordi delle vite precedenti dei personaggi, che sono sicuramente importanti in un contesto del genere, ma che tolgono spazio a quello che la trama sembra promettere, creando carenze che si fanno sentire.
L’amore la fa da padrona, tutti sembrano innamorati e ricambiati in maniera esageratamente infantile per dei personaggi che invece dovrebbero avere dai 50 anni in su e che sono addestrati come assassini. È come se si tentasse di accoppiare tutti per forza.
Lo stile di scrittura è senza dubbio lineare e fluido, anche se ho trovato un po’ snervante la narrazione in prima persona con continue frasi del tipo: “Prendo questo\faccio quello”.
Sono presenti misteri, azione, magia, intrighi e sotterfugi ingegnosi che distraggono temporaneamente il lettore, anche se il risultato di tutta la trama è piuttosto scontato.
Il finale è stato a dir poco deludente, mi aspettavo qualcosa di più simile a una guerra aperta, magia che si scontrava, tempeste (come il titolo suggerisce), sovversione e invece tutto è stato trattato in maniera molto frettolosa.

Ho cercato di lasciarvi qualche estratto in più del testo perché Ragazzi della Tempesta non è stato un no pieno, più un NI.
Avevo sicuramente aspettative troppo alte, l’idea di base mi aveva affascinata molto, tuttavia il modo in cui è stata sviluppata mi ha lasciato l’amaro in bocca.
C’erano tutti i presupposti per un fantasy fresco, nuovo e avvincente, ma l’elemento romance ha eclissato tutto il resto.

Tirando le conclusioni, la lettura è sempre un’esperienza personale, difatti sul web ho trovato tante recensioni positive e pollici in su, perciò mi sento di consigliare Ragazzi della Tempesta per una lettura leggera, senza troppe aspettative.
Elle Cosimano, inoltre, ha da poco annunciato il secondo volume della saga, Seasons of Chaos. Spero vivamente che il secondo capitolo mi faccia ricredere.

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Recensione: Guida ai vizi e alle virtù per giovani gentiluomini, Mackenzi Lee

We are not broken things, neither of us. We are cracked pottery mended with laquer and flakes of gold, whole as we are, complete unto each other. Complete and worthy and so very loved.

Henry “Monty” Montague è nato per essere un gentiluomo, ma né i collegi più esclusivi d’Inghilterra né la disapprovazione del padre sono riusciti a imbrigliare le sue passioni: il gioco, il buon vino, e l’amore di una donna. O di un uomo. Monty si è infatti innamorato perdutamente del suo migliore amico, Percy, con il quale parte per il Grand Tour: un ultimo anno di fuga e di follie edonistiche prima di assumersi le sue responsabilità di lord. Ma un’incauta decisione trasformerà quel viaggio in una caccia all’uomo attraverso l’Europa, mettendo in discussione tutto il mondo di Monty.

Guida ai vizi e alle virtù per giovani gentiluomini è un romance storico con elementi fantasy della scrittrice Mackenzi Lee. L’edizione in questione contiene al suo interno anche il secondo romanzo della saga Montague Sibilings, Guida ai pizzi e alla pirateria per giovani gentildonne e, una breve novella, Guida alla fortuna in amore per giovani gentiluomini.
La saga si concluderà nel 2021 con l’uscita di The Nobleman’s Guide to Scandal and Shipwrecks.

Devo ammettere che avevo zero aspettative nei confronti di questo libro, complice l’edizione speciale che mi faceva pensare a un target di lettori più giovani e anche la non descrizione della trama che, invece, mi faceva pensare a una storia superficiale con i soliti baldi giovani scapestrati. Seguendo però il consiglio più banale in fatto di lettura, mai giudicare un libro dalla copertina, ho deciso di dargli una possibilità. Sin da subito sono stata ripagata da una storia interessante e fresca, leggera al punto giusto, piacevole e affatto banale, tanto che non sono riuscita a staccarmi dalle pagine fin quando non ho visto la parola fine e, anche allora, non è stato abbastanza, ho subito capovolto il libro e iniziato il romanzo successivo.

La storia si apre nella Londra del 1700, Monty e il suo amico Percy, per il quale il nostro protagonista ha una terribile infatuazione, devono intraprendere il Gran Tour, una tradizione dell’aristocrazia europea che consisteva in un viaggio per l’Europa, appunto, destinato ai giovani rampolli per accrescere la loro cultura e ampliare i loro orizzonti.
Monty, però, ha ben altri progetti per questo tour, la considera la sua ultima possibilità di passare del tempo con l’amico prima che il futuro e la crescita li dividano definitivamente.
Il rapporto conflittuale del nostro protagonista, nonché narratore, con il padre è sin da subito messo sotto gli occhi del lettore. La sfrontatezza e la dissolutezza del giovane vengono condannate duramente dal genitore (e dalla società) che minaccia di diseredarlo, il fardello di questi giudizi influirà inevitabilmente e pesantemente sul modo di agire del ragazzo.
I nostri protagonisti intraprendono quindi il Grand Tour, accompagnati da un tutore e dalla sorella di Monty, Felicity, con prima tappa Parigi, dove Monty dimostrerà appieno il suo carattere ribelle e istintivo, difatti si metterà subito nei guai.
Da qui partiranno una serie di peripezie che porteranno i tre protagonisti a vivere un’avventura intensa e inaspettata, si scontreranno con banditi, misteri, pirati, destinazioni sconosciute, alchimia e, inevitabilmente, con loro stessi.

Lo stile dell’autrice è estremamente coinvolgente e evocativo, l’ambientazione storica è curata nei minimi dettagli ed è palese che anche dietro il più piccolo richiamo c’è uno studio pazzesco. La caratterizzazione dei personaggi è pienamente riuscita, sono delineati davvero egregiamente, tanto che il carattere del protagonista è riuscito a dividere i lettori.
Personalmente credo che quando un personaggio letterario causi tanti sentimenti contrastanti si possa solamente lodare l’autrice per essere riuscita a renderlo il più realistico possibile, d’altronde gli esseri umani non sono perfetti, per tanto perché dovrebbero esserlo i personaggi di una storia?
Ho apprezzato molto l’inserimento di elementi fantastici che hanno donato una sfumatura gotica alle vicende, l’alchimia è stata quasi un tema must nei libri fantasy di quest’anno e mi è piaciuto il modo in cui l’autrice l’ha delineata.
Altro tratto interessante sono gli innumerevoli colpi di scena, capaci di dare un ritmo incalzante alla storia complessiva e di non far mai annoiare il lettore.
Un’ennesima nota positiva va alle importanti tematiche trattate, sempre con riferimento all’epoca storica in cui è ambientata la narrazione, come ad esempio l’omosessualità, il razzismo, le malattie e il femminismo.
Importante anche la crescita dei personaggi, la scrittrice li fa scontrare con la realtà e l’impatto li fa uscire dalla comfort zone a cui sono abituati.

Sono consapevole del fatto che molti lettori non hanno apprezzato questo libro, tuttavia penso sia, invece, perfetto per una lettura leggera e rilassante.
Se volete leggere di una dolcissima storia d’amore, di una storia di coraggio e di avventura, di una storia emozionante e ricca di sentimenti positivi, senza rinunciare al mistero e ai pericoli, questa è la lettura che fa per voi.

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Recensione: A Caccia del Diavolo, Kerri Maniscalco

“At some point, we’re all someone’s hero and another’s villain. It’s all a matter of perspective.”

Audrey Rose Wadsworth e Thomas Cresswell sono giunti in America, una terra audace, sfrontata, brulicante di vita. Ma, proprio come la loro Londra adorata, anche la città di Chicago nasconde oscuri segreti. Quando i due si recano alla spettacolare Esposizione internazionale, scoprono una verità sconcertante: l’evento epocale è minacciato da denunce di persone scomparse e omicidi irrisolti. Audrey Rose e Thomas iniziano a indagare, per trovarsi faccia a faccia con un assassino come non ne hanno mai incontrati prima. Scoprire chi sia è una cosa, ben altra faccenda è catturarlo, soprattutto all’interno del famigerato Castello degli Orrori che ha costruito lui stesso, un covo di torture labirintico e terrificante. Riuscirà Audrey Rose, insieme al suo grande amore, a porre la parola “fine” anche a questo caso? O soccomberà, preda del più subdolo avversario che abbia mai incontrato?

Il 10 Novembre arriva nelle librerie l’ultimo capitolo della tetralogia dell’autrice Kerri Maniscalco. A Caccia del Diavolo è il romanzo conclusivo della serie storico mystery con protagonista Audrey Rose Wadsworth, la saga sicuramente più desiderata, chiacchierata, detestata e amata del 2020.
Quando si arriva alla conclusione di un viaggio è doveroso tirare le somme e devo ammettere che, nonostante i diversi difetti riscontrati (come potete notare dalle precedenti recensioni), una volta voltata l’ultima pagina, non ho potuto fare a meno di provare una certa malinconia al pensiero di aver concluso questa avventura.
Ringrazio Oscar Mondadori per avermi dato la possibilità di leggere il libro in anteprima, penso che il loro reclutamento recensori sia una splendida iniziativa per tutti quei lettori impazienti come me che non fanno altro che controllare costantemente lo stato di avanzamento dei loro ordini librosi online.
Prima di inoltrarci nella recensione spoiler free del romanzo, voglio darvi una bella notizia, Oscar Mondadori (sempre sia lodato) ha di recente annunciato la futura pubblicazione del nuovo romanzo dell’autrice, Kingdom of the Wicked, un romanzo disgiunto da questa saga e per giunta ambientato in Italia.
La data è ancora inedita, ma sicuramente si tratta di una bella notizia per i fan dell’autrice. Quindi non demordete, una volta completato A Caccia del Diavolo, ritroveremo presto la penna della Maniscalco in una storia totalmente nuova.

A Caccia del Diavolo narra le vicende successive agli avvenimenti di In Fuga da Houdini, l’ambientazione inziale è New York. Il ritrovamento di alcuni corpi sulla RMS Etruria, non ricollegabili al modus operandi degli omicidi del serial killer catturato, fa pensare a un emulatore di Jack lo Squartatore. Il responsabile sembra seguire i passi dei nostri protagonisti, difatti anche a New York verranno rinvenuti cadaveri di donne brutalmente assassinate. Le vicende proseguono poi sullo sfondo dell’Esposizione Internazionale di Chicago, Audrey Rose, sempre più decisa a mettere un punto alla storia dello Squartatore che sembra continuare a perseguitarla, affronterà un’indagine su numerosi casi di donne scomparse, che sembrano essere state rapite dal demonio stesso.

In questo ultimo romanzo, la parte romance è sicuramente molto più consistente che nei precedenti libri della saga. Audrey Rose e Thomas sono cresciuti insieme affrontando difficoltà, mostri e criminali e sanno finalmente cosa desiderano l’uno dall’altra. La loro storia verrà messa in discussione per l’ultima volta da cause esterne, ma affronteranno le ultime difficoltà come un fronte unito, finalmente consci dell’amore reciproco.
La narrazione procede come sempre tra pizzi e perline e sangue e brividi.
È stato bello ritrovare tutti i personaggi secondari che hanno accompagnato i nostri protagonisti in questo viaggio per un ultimo saluto. Aggiunta indimenticabile è la nonna di Audrey Rose, una donna forte e determinata, molto legata alla nipote, che da subito apprezzerete.
Al di là delle vicende di vita quotidiana un’ombra incombe costantemente sulle loro vite, la nostra protagonista è preda di incubi e paure, nonostante il killer non sia fisicamente presente nei primi capitoli è come se non abbandonasse mai la scena, la minaccia e il terrore che suscita sono palpabili, anche se velati.
In A Caccia del Diavolo, Kerri Maniscalco ci svela il disegno complessivo della sua opera, chiudendo finalmente il cerchio con le vicende iniziate in Sulle Tracce di Jack lo Squartatore, rendendo omaggio a un altro capolavoro classico, quello di Robert Louis Stevenson.
Non aggiungo altro per non rovinarvi la sopresa.
Ho apprezzato molto la descrizione del castello degli orrori, trovando la giusta sfumatura dell’orrore, appunto, e l’impronta data al killer di quest’ultima vicenda, oltre al coraggio della protagonista, pronta a scatenare i propri mostri pur di fare vendetta e proteggere le persone che ama.

Che dire in conclusione, è stato un viaggio meraviglioso, un’avventura gotica indimenticabile. Abbiamo visitato insieme le strade fumose di Londra, il terrificante Castello del Principe Dracula, abbiamo attraversato l’Atlantico su una nave da crociera e abbiamo passeggiato per le strade di New York e Chicago, sempre alla ricerca di spietati serial killer.
Ci sono state cose che ci hanno fatto storcere il naso (scusa Audrey Rose), ma tutti sappiamo che si tratta di uno Young Adult, ed è essenziale riconoscere il merito all’autrice di aver creato una saga innovativa e interessante, cupa al punto giusto e ricca di mistero.

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Recensione: Le diecimila porte di January, Alix E. Harrow

It is at the moments when the doors open, when things flow between the worlds, that stories happen.”

Estate 1901. Un’antica dimora nel Vermont, piena di cose preziose e sorprendenti. La più peculiare è forse January Scaller, che vive nella casa sotto la tutela del facoltoso signor Locke. Peculiare e atipica, almeno, è come si sente lei: al pari dei vari manufatti che decorano la magione è infatti ben custodita, ampiamente ignorata, e soprattutto fuori posto. Suo padre lavora per Locke, va in giro per il mondo a raccogliere oggetti “di un valore singolare e unico”, e per lunghi mesi la ragazzina rimane nella villa ridondante di reperti e stranezze, facendo impazzire le bambinaie e, soprattutto, rifugiandosi nelle storie. E così che, a sette anni, January trova una porta. Anzi, una Porta, attraverso cui si accede a mondi incantati che profumano di sabbia, di antico e di avventura… Sciocchezze da bambini. Fantasie assurde, le dicono gli adulti. E January si impegna con tutta se stessa per rinunciare a quei sogni di mari d’argento e città tinte di bianco. Per diventare grande, insomma. Fino al giorno in cui, ormai adolescente, non trova uno strano libriccino rilegato in pelle, con gli angoli consumati e il titolo stampigliato in oro semiconsunto: “Le diecim por”. Un libro che ha l’aroma di cannella e carbone, catacombe e terra argillosa. E che porta il conforto di storie meravigliose nel momento in cui January viene a sapere che il padre è disperso da mesi. Probabilmente morto. Così la ragazza si tuffa in quella lettura che riaccende il turbine di sogni irrealizzabili. Ma lo sono davvero? Forse basta avere il coraggio di inseguirli, quei sogni, per farli diventare realtà. Perché pagina dopo pagina January si accorge che la vicenda narrata sembra essere indissolubilmente legata a lei…

Le diecimila porte di January è un portal fantasy autoconclusivo della scrittrice Alix E. Harrow ambientato agli inizi del 900. Ma ne siamo sicuri? Il libro in questione, a mio parere, non ha una datazione esatta a cui poter essere imbrigliato e neppure un arido unico protagonista, perché racconta una storia che ci riguarda tutti. Racconta di un viaggio alla ricerca di se stessi, del senso di estraneità, di quel sentimento di non appartenenza che ti fa sentire solo al mondo, della necessità di affermare il proprio io, di lotta per la propria libertà, di deprecabile odio razziale e di discriminazioni, di sogni che ci sembrano infantili una volta cresciuti e di una porta, con la P maiuscola, che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato di oltrepassare per fuggire da una realtà che ci sta stretta. Niente di più attuale e calzante, impossibile non riconoscersi nei sentimenti dei personaggi, o comprenderne i disagi.

January Scaller è la protagonista di questo libro, la conosciamo sin da subito come una bambina vivace e curiosa ma, al contempo, estremamente disciplinata, perché costantemente obbligata dal tutore a reprimere quel naturale sentimento di disubbidienza caratteristico di tutti i bambini. A sette anni January trova una porta con la P maiuscola che affaccia su un altro mondo, ma in seguito si costringe a dimenticare, accantonando il ricordo come sciocca fantasia infantile. Crescendo la ragazza soffrirà spesso la solitudine, il padre lavora per il Signor Locke ed è spesso in viaggio alla ricerca di oggetti rari e preziosi. Il Signor Locke è un collezionista, la sua villa è un museo pieno di stranezze e manufatti unici, e January spesso si sente parte della collezione, esposta al pubblico durante feste e banchetti alla stregua di un oggetto, a causa della sua pelle dal colore unico e delle sue origini incerte. Un giorno le viene data la notizia che il padre è scomparso, ritenuto morto, January allora trova finalmente il coraggio di ribellarsi al suo benefattore e scopre di possedere un potere unico. Da qui inizieranno una serie di peripezie, la nostra protagonista diverrà oggetto di crudeltà indicibili, perderà fiducia nelle persone a cui era più legata, al contempo rinforzerà il legame con nuovi amici e troverà rifugio in un libriccino consumato trovato in uno scrigno, intitolato “Le diecimila port”. Questo libriccino ci racconta la storia di Adelaide Larson, una giovane donna coraggiosa e intraprendente, vissuta in America nella metà del 800. Adelaide è venuta a conoscenza delle Porte attraverso l’incontro fortuito con un ragazzo fantasma, del quale finisce per innamorarsi, per ritrovarlo intraprende un avventuroso e disperato viaggio in capo al mondo. January ben presto si renderà conto che la sua storia e quella contenuta nel libro sono legate indissolubilmente, e dunque sceglierà di dare il via anche lei alla propria avventura.

Lo stile di Alix E. Harrow è unico, straordinario, lo stile chiaro ed evocativo riesce ad immergere completamente il lettore nel contesto storico, c’è cura per i dettagli, i personaggi sono tutti perfettamente caratterizzati e capaci di restare impressi nella mente. Ho adorato l’espediente del racconto nel racconto, trovando la storia contenuta nel libriccino rinvenuto dalla protagonista, più interessante delle contemporanee vicende vissute da January. Mentirei se dicessi che questa è una lettura facile, ci vuole pazienza per portarla a termine, bisogna soprassedere alla mancanza di carattere della protagonista, sapendo che di certo la scrittrice ha un buon motivo per renderla in quel modo. Non basta approcciarsi a questo libro in maniera superficiale ma bisogna essere capaci di guardare sempre oltre, al disegno complessivo. Le Porte la fanno da padrona, sono queste, insieme all’elemento chiave del viaggio, gli ingredienti magici del racconto. Le Porte, varchi verso nuovi mondi che implicano il cambiamento, diventano sinonimo di progresso, conoscenza, emancipazione e per questo devono essere distrutte.

Il paragone con Il mare senza stelle di Erin Morgestern, uscito anch’esso quest’anno, sorge spontaneo, ma in realtà le storie non potrebbero essere più differenti. Le diecimila porte di January è un fantasy più realistico, la scrittrice ha una fantasia più moderata, trattenuta, tanto che dei diecimila mondi viene fatto solo qualche magistrale accenno. Questa è stata un po’ una delusione, mi aspettavo un vero e proprio viaggio in mondi sconosciuti e fantastici, anche i poteri della protagonista e delle creature che incontra sono descritti brevemente, poco approfonditi. Tuttavia queste mancanze sono state colmate da un numero infinito di note positive, dunque consiglio a tutti di leggere questo libro meraviglioso.

Il finale è stato un colpo al cuore, verso la fine la storia esplode, January non è più una ragazza nel mezzo perché finalmente trova il proprio posto nel mondo. Nel complesso questo è un fantasy che tratta tematiche importanti come il valore della famiglia e dell’amicizia, dell’amore, di crescita, avventura e battaglie personali, imperdibile.

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Recensione: Alla ricerca del principe Dracula, Kerri maniscalco

The world is neither kind nor is it cruel. It simply exists. We have the ability to view it however we choose.”

Dopo aver scoperto con orrore la vera identità di Jack lo Squartatore, Audrey Rose Wadsworth lascia la sua casa nella Londra vittoriana per iscriversi – unica donna – alla più prestigiosa accademia di Medicina legale d’Europa. Ma è davvero impossibile trovare pace nell’oscuro, inquietante castello rumeno che ospita la scuola, un tempo dimora del malvagio Vlad l’Impalatore, altrimenti noto come Principe Dracula. Strane morti si susseguono, tanto da far mormorare che il nobile assetato di sangue sia tornato dalla tomba. Così Audrey Rose e il suo arguto compagno, Thomas Cresswell, si trovano a dover decifrare gli enigmatici indizi che li porteranno all’oscuro assassino. Vivo o morto che sia.

In attesa dell’arrivo nelle librerie del quarto e ultimo volume, A caccia del diavolo, che sto leggendo in anteprima grazie alla Oscar Mondadori, ho finalmente deciso di parlarvi della saga di Kerri Maniscalco. Avevo letto tutti e tre i libri a Settembre e, a causa della mia incurabile procrastinazione, da tempo cercavo un motivo per occuparmi di loro. Prima di procedere con la recensione, ci tengo a sottolineare, che questo secondo volume non contiene spoiler riguardo il mistero del primo libro, perciò per chi lo desiderasse (e non è maniacale come me) può essere letto anche da solo.

Dopo pochi mesi dagli avvenimenti del primo libro, Audrey Rose e Thomas si trovano in viaggio sull’Orient Express alla volta della Transilvania. La destinazione è il castello di Bran, sede della più prestigiosa accademia di medicina legale d’Europa, nonché antica dimora di Vlad l’impalatore, altrimenti conosciuto come Principe Dracula. I due si trovano in uno scompartimento, in compagnia della deliziosa chaperon Mrs Harvey e dei suoi tonici da viaggio, quando all’improvviso viene rinvenuto un cadavere all’interno del treno, un uomo con un paletto grezzo conficcato nel cuore. Il ritrovamento desterà sin da subito terrore e suggestioni tanto che i nativi cominceranno a paventare il ritorno del Principe di Valacchia, riportando alla luce antiche leggende e folklore, opinione che verrà alimentata dalla futura scoperta di nuovi corpi, completamente dissanguati. In questo secondo libro la nostra protagonista si troverà ad affrontare un’indagine complessa che rischia costantemente di sfumare nel soprannaturale, ma prima di riuscire a risolvere il caso dovrà necessariamente fare i conti con i fantasmi del proprio passato.

Alla ricerca del principe Dracula è un libro che funziona, lo stile della Maniscalco si riconferma diretto e lineare, perfetto per una lettura scorrevole e piacevole. Dimenticatevi i tentennamenti di Sulle Tracce di Jack lo Squartatore, in questo secondo volume niente è lasciato al caso, la trama si presenta più complessa, i tratti della storia sono suggestivi, l’ambientazione stessa è oscura e intrigante, così come lo sono le leggende che sembrano prendere vita, in un perfetto omaggio al Dracula di Bram Stoker. Viene prestata maggior attenzione all’introspezione dei personaggi, Audrey Rose, nonostante gli immutati difetti, persegue con fervore la battaglia per affermare il proprio posto in una società maschilista, e si trova, al tempo stesso, a dover affrontare il trauma del caso dello Squartatore che probabilmente la segnerà per sempre. Il suo rapporto con Thomas Cresswell si evolve sotto gli occhi del lettore, matura e si definisce attraverso la limatura di inevitabili controversie, in un modo che è sicuramente necessario perché ci appaia più realistico, ma assente nel primo capitolo della saga. Molto apprezzabili sono anche i nuovi personaggi introdotti dalla Maniscalco, capaci di rendere il ritmo dell’opera più vivace e di infittire gli interrogativi circa i criptici enigmi che sembrano tirare i fili della trama. I misteri sono il pezzo forte di questo libro, le leggende sanguinarie che infestano le credenze locali rendono l’atmosfera gotica, creando quasi un clima dell’orrore, così come il terrificante castello, ricco di passaggi segreti, sotterranei, cripte, e la fitta foresta che sembra il posto perfetto in cui anche il peggiore degli incubi può incarnarsi. Come sempre impossibile non lodare lo studio che sta dietro a tutto questo, la Maniscalco dimostra un’ottima conoscenza della storia oltre che della medicina forense, necessaria per creare le basi di un thriller storico come questo. L’indagine, in questo caso, si intreccia a tinte soprannaturali che la rendono affascinante e più difficile da sbrogliare, il finale è sicuramente sorprendente perché l’autrice ci cala completamente nell’atmosfera dark e sanguinaria che ci aspettavamo.

Se proprio devo trovare un difetto (e stranamente stavolta non sei tu Audrey Rose), ho trovato incompatibile l’ipotesi dell’assassino soprannaturale che tenta a tutti i costi di venire imposta al lettore. Il ragionamento scientifico che contraddistingue la saga mal si adatta a cedere sotto la scure del folklore, rendendo prevedibile il finale. Mentre leggevo, la mia mente traditrice, ha creato un impietoso parallelismo tra la storia e Scooby-Doo, in cui, a fine puntata, viene calata la maschera al mostro di turno e scoperto l’uomo.

Spero vi abbia fatto piacere leggere questa recensione, Alla ricerca del principe Dracula mi è piaciuto molto, e spero di parlarvi presto anche degli altri capitoli della saga.

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Recensione: Sulle tracce di Jack lo Squartatore, Kerri Maniscalco

Roses have both petals and thorns, my dark flower. You needn’t believe something week because it appears delicate. Show the world your bravery.

È stata cresciuta per essere la perfetta dama dell’alta società vittoriana, ma Audrey Rose Wadsworth vede il proprio futuro in modo molto diverso. Dopo aver perso l’amatissima madre, è decisa a comprendere la natura della morte e i suoi meccanismi. Così abbandona l’ago da ricamo per impugnare un bisturi da autopsia, e in segreto inizia a studiare Medicina legale. Presto viene coinvolta nelle indagini sull’assassino seriale noto come Jack lo Squartatore e, con orrore, si rende conto che la ricerca di indizi la porta molto più vicina al suo mondo ovattato di quanto avrebbe mai creduto possibile. Ispirato agli efferati crimini irrisolti che hanno insanguinato la Londra di fine Ottocento, lo strabiliante romanzo d’esordio di Kerri Maniscalco tesse un racconto ricco di atmosfera che intreccia bellezza e oscurità, in cui una ragazza vittoriana molto moderna scopre che non sempre i segreti che vengono sepolti lo rimangono per sempre.

Sulle tracce di Jack lo Squartatore è il primo libro della saga young adult scritta da Kerri Maniscalco, con protagonista Audrey Rose Wadsworth. Si tratta di un thriller storico ambientato nella Londra Vittoriana. Come il titolo suggerisce, le vite dei protagonisti vengono stravolte dai brutali assassinii messi in atto da Jack lo Squartatore, in una Londra dalle atmosfere fosche partirà una caccia al responsabile che porterà la nostra protagonista a dubitare di chiunque.

Kerri Maniscalco rimescola le carte del caso irrisolto più misterioso di sempre, proponendolo in maniera intrigante e attuale. È evidente lo studio che c’è alle spalle di questo testo. Mi è piaciuto il fatto che al termine del libro venissero riportati gli avvenimenti realmente accaduti (come ad esempio i nomi delle vittime dell’assassino seriale o le datazioni esatte) e le differenze rispetto alla storia narrata nelle pagine. Trovo che la scelta di romanzare la realtà sia stata giusta e ben ponderata. L’autrice, difatti, nonostante segua le vicende storiche, dona una caratterizzazione gotica alla vicenda, richiamando il Frankenstein di Mary Shelley, e sfumature che strizzano l’occhio allo steampunk.

La storia è raccontata dal punto di vista di Audrey Rose, una ragazza appartenente all’alta società londinese, che lotta per perseguire il sogno di studiare medicina legale, in un mondo che ha una visione maschilista e misogina. In seguito al decesso della madre, la famiglia di Audrey Rose inevitabilmente perde stabilità, la protagonista ha un rapporto difficile con il padre, fatto di silenzi e soffocanti apprensioni, e anche il fratello non sembra più quello di un tempo. La ragazza viene costantemente supportata dallo zio, disposto a darle lezioni di dissezione in segreto. Sarà proprio nello studio dello zio che incontrerà il secondo protagonista, il misterioso apprendista Thomas Cresswell, con cui si ritroverà ad indagare sugli efferati omicidi di Jack lo Squartatore.
Audrey Rose ci viene tratteggiata come una ragazza sveglia, con una mente logica, deduttiva, in cerca della propria emancipazione. Se da un lato però rifiuta le convenzioni dell’epoca riguardanti la posizione sociale riservata alle donne, dall’altro si mostra poco scaltra nell’affermare le proprie scelte, a tratti immatura e superficiale. Difficile comprendere la scelta dell’autrice nel delineare questo personaggio, inevitabile non riscontrare le tante contraddizioni. Mentre tenta di gridare girl power non fa altro che giudicare donne meno fortunate e contemplare svenevolmente il compagno d’indagine. Thomas Cresswell, è sicuramente più interessante come personaggio, anche se è chiaro che sia stato creato appositamente per far innamorare il lettore. Anche lui dotato di una mente acuta, che richiama palesemente Sherlock Holmes, un ragazzo misterioso e sarcastico, con un ottimo spirito d’osservazione.

Per quanto riguarda lo stile del libro, ho trovato i primi capitoli frettolosi, superficiali, avrei preferito fosse dedicata più attenzione alla cura dei dettagli e che l’autrice lasciasse meno allo scontato e ci inoltrasse più a fondo nella vita di Audrey Rose. Arrivati a metà libro, lo stile inizia a cambiare radicalmente, come se la penna della Maniscalco si fosse finalmente riscaldata a dovere. Impossibile non lodare la conoscenza e lo studio dimostrati riguardanti la scienza e la medicina, è sempre molto interessante scoprire branche del genere quando lo scrittore dimostra di sapere senza esagerare o diventare pedante. Un po’ deludente invece la scelta di non sciogliere alcuni interrogativi che sorgono nel libro, come quello riguardante il soprannaturale, che avrei preferito venissero chiariti dalla storia anziché dalla mente del lettore. Molto intrigante l’edizione, curata dalla Oscar Mondadori, che presenta anche scatti d’epoca tra i capitoli, come questa sottostante.

L’autrice ci lascia alcuni indizi nelle pagine, a mo’ di briciole di pane, scegliendo di farci scoprire subito il colpevole, ma non il movente. Questo è l’espediente che ho gradito di più, oltre all’idea nel complesso, il finale è stato ciò che esattamente mi aspettavo da questo libro. Arrivata alle pagine finali, ho finalmente trovato quell’atmosfera oscura, macabra, e il brivido che attendevo. Peccato però per il dosaggio esiguo. Complessivamente è stata una lettura piacevole, nonostante la protagonista. Spero di parlarvi presto anche degli altri due volumi della serie, che sicuramente ho apprezzato maggiormente.

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Recensione: Serpent and Dove, Shelby Mahurin

I never said it was your god. Your god hates women. We were an afterthought.

Louise le Blanc è fuggita dalla sua congrega e si è rifugiata a Cesarine, rinunciando a ogni forma di magia e vivendo di furti ed espedienti. Perché in quella tetra città le streghe come lei fanno paura. Vengono braccate. E mandate al rogo.
Reid Diggory è un cacciatore, ha giurato fedeltà alla Chiesa e da sempre vive secondo un unico, ferreo principio: uccidere le streghe. La sua strada non avrebbe mai dovuto incrociare quella di Lou, eppure un perverso scherzo del destino li costringe a un’unione impossibile: il santo matrimonio.
Ma anche se quella tra le streghe e la Chiesa è una guerra antica come il mondo, un nemico crudele ha in serbo per Lou un destino peggiore del rogo. E lei, che non può cambiare la propria natura e nemmeno ignorare i sentimenti che stanno sbocciando nel suo cuore, si trova di fronte a una scelta terribile.

Serpent and Dove, la strega e il cacciatore, di Shelby Mahurin è il primo capitolo di una trilogia paranormal fantasy. L’ambientazione è la Francia vittoriana del XVII secolo, più precisamente la città immaginaria di Cesarine. L’autrice innesta elementi fantastici in un contesto storico reale, traendo spunti dalla mitologia e dalle leggende francesi, come quelle sulle Dame Blanche e sulle Dame Rouge, e riprendendo uno dei filoni più classici riguardanti la stregoneria, la caccia alle streghe ad opera della Chiesa.

La trama è raccontata attraverso due punti di vista, quello di Louise, o Lou, e quello di Reid. La prima è una strega appartenente alla congrega delle Dame Blanche, costretta a cercare rifugio nella città di Cesarine e vivere di furti e inganni per allontanarsi da un misterioso passato che non l’ha mai realmente abbandonata. Una donna forte, in cerca della propria indipendenza, disposta a tutto pur di sopravvivere, legata da un forte legame di amicizia con Cosette, Coco, che a sua volta è una Dame Rouge, una strega del sangue. Reid è il comandante degli chasseur, i cacciatori di streghe a servizio della Chiesa, cresciuto e forgiato dalla figura dell’arcivescovo di Cesarine. Ci viene dipinto come un uomo bigotto, che aborrisce la stregoneria, estremamente leale alla causa che serve, fermo nelle proprie convinzioni e con un forte senso dell’onore. I due protagonisti, nemici mortali, si scontreranno più volte, creando una serie di peripezie che li porterà all’altare e alla convivenza forzata.

La cosa che più mi ha intrigato di questo libro è sicuramente la capacità dell’autrice nel descrivere la magia. Attraverso poche parole evocative, difatti, riesce a creare un mondo intrigante e oscuro in cui ogni sortilegio ha un prezzo. Le streghe si rivelano terrificanti, crudeli, senza scrupoli nella lotta contro la Chiesa e la famiglia reale per la propria libertà. Le descrizioni non sono mai banali, stuzzicano la fantasia del lettore senza mai scivolare nel macabro o nello scontato.

Purtroppo però, quello che doveva essere il tema centrale, viene messo da parte per far spazio alla storia d’amore tra i due protagonisti. Serpent and Dove ha una forte, totalizzante, componente romance, anche troppa. La storia parte a rilento, tutta la parte centrale del libro è incentrata sul rapporto tra Lou e Reid, abbiamo qualche colpo di scena, misteri, ma l’azione e la vera trama si concentrano tutte sul finale. Evito spoiler per chi non l’avesse ancora letto. Penso sia stata una scelta mirata dell’autrice quella di utilizzare questo primo libro per presentarci innanzitutto i personaggi, farci entrare nel loro mondo, e per prepararci, spero, a ciò che ci aspetta nei libri successivi.

La cosa che mi è piaciuta meno è la caratterizzazione dei personaggi, è inevitabile riscontrare delle scopiazzature, ed è davvero deludente considerando il potenziale della trama complessiva. Lou è stata creata in laboratorio, combinando Aelin Galathynius (Il Trono di Ghiaccio, Sarah J. Maas), che detesto, e l’adorabile appetito di Nina Zenik (Sei di Corvi, Leigh Bardugo). L’intera storia tra lei e Reid è palesemente ispirata al rapporto conflittuale tra Nina Zenik e Matthias Helvar (sempre Sei di Corvi). Banalmente, ho trovato più interessanti e piacevoli i personaggi secondari, persino gli antagonisti presentano un maggiore studio e una maggiore componente innovativa.

È un vero peccato, a mio avviso, giocarsi tutto sulla storia d’amore non originale quando invece si hanno capacità simili, confido comunque sui prossimi libri della trilogia. Sul web ho trovato un sacco di pareri positivi su questo libro, quindi, come sempre, vi invito a non farvi condizionare, in quanto la lettura è sempre un’esperienza soggettiva. Complessivamente Serpent and Dove è sicuramente una lettura leggera, utile per staccare dalla monotonia quotidiana, emozionante, carica di sentimenti positivi come l’amicizia, l’amore, la forza dei legami e la speranza.

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Recensione: Thunderhead, Neal Shusterman

If we were judged by the things we most regret, no human being would be worthy to sweep the floor.

Trama: In un mondo che ha sconfitto fame, guerre e malattie, le falci decidono chi deve morire. Tutto il resto è gestito dal Thunderhead, una potentissima intelligenza artificiale che controlla ogni aspetto della vita e della società. Tranne, appunto, la Compagnia delle falci. Dopo il loro comune apprendistato, Citra Terranova e Rowan Damisch si sono fatti idee opposte sulla Compagnia e hanno intrapreso strade divergenti. Da ormai un anno Rowan si è ribellato ed è fuggito, diventando una vera leggenda: Maestro Lucifero, un vigilante che mette fine alle esistenze delle falci corrotte, indegne di occupare la loro posizione di privilegio. Di lui si sussurra in tutto il continente. Ormai divenuta Madame Anastasia, Citra è una falce anomala, le sue spigolature sono sempre guidate dalla compassione e il suo operato sfida apertamente il nuovo ordine. Ma quando i suoi metodi vengono messi in discussione e la sua stessa vita minacciata, appare evidente che non tutti sono pronti al cambiamento. Il Thunderhead osserva tutto, e non gli piace ciò che vede. Cosa farà? Interverrà? O starà semplicemente a guardare mentre il suo mondo perfetto si disgrega?

Finalmente, domani 13 ottobre,  arriva nelle libreria italiane il secondo capitolo della trilogia della falce di Neal Shusterman, Thunderhead.

Devo ringraziare la Oscar Mondadori per avermi dato la possibilità di leggere questo straordinario libro in anteprima, ho divorato Falce in pochi giorni e non vedevo l’ora di scoprire come sarebbe proseguita la storia.

Neal Shusterman ci ha fatto dono di una distopia utopistica capace di dare nuovo respiro al genere che si era, a mio avviso, impantanato sempre nelle stesse linee guida.

L’ambientazione di questa trilogia è un mondo futuristico in cui tutti i mali potenzialmente in grado di affliggere l’uomo sono venuti meno. Non si muore più per cause naturali, non ci si ammala, le persone sono in grado di ringiovanirsi all’età che preferiscono, non c’è povertà o fame e ogni aspetto della vita funziona alla perfezione sotto l’occhio vigile e attento del Thunderhead, un’intelligenza artificiale che mantiene gli equilibri del mondo, sempre pronto a sopperire in ogni modo possibile alle mancanze dell’uomo. Il risvolto negativo di questo mondo perfetto e visionario è costituito dal sovrappopolamento, ed è qui che entra in gioco l’Ordine delle Falci, unico punto ceco nella visione a 360 gradi della nostra intelligenza artificiale. L’Ordine viene creato appositamente per ovviare al problema della sovrappopolazione terrestre tramite le “spigolature”, ovvero, poco gentilmente, omicidi premeditati. Ogni falce ha una quota di esecuzioni da portare a termine e queste devono essere eseguite rispettando rigidamente i principi della Compagnia. Ma inevitabilmente, come per ogni cosa lasciata nelle imperfette mani degli uomini, a lungo andare nell’Ordine si crea una frattura intestina, causata da due visioni ideologiche contrapposte, che finirà per causare un conflitto che segnerà il futuro dei nostri protagonisti.

Per chi non avesse ancora letto Falce, cosa aspettate?!

Passiamo invece alla recensione di Thunderhead. È davvero difficile parlarne cercando di evitare possibili spoiler, quindi cercherò di essere il più possibile sintetica.

Lo stile di scrittura dell’autore è fluido e scorrevole, curato in ogni minimo dettaglio e sempre più geniale. Il secondo capitolo supera le aspettative, se difatti il primo mostrava alcune lacune che mi avevano fatto storcere il naso, in Thunderhead ci vengono finalmente forniti i tasselli mancanti per una visione completa.

L’autore si sofferma con maggiore cura sulla società che circonda i nostri protagonisti, con maggiori dettagli, ad esempio, sul culto religioso dei Tonisti, introducendo le figure dei Loschi, persone che hanno scelto di condurre una vita criminale, e illustrandoci anche ciò che accade nelle diverse parti del mondo. Il ritmo della storia è più incalzante rispetto al primo capitolo della trilogia, abbiamo colpi di scena, suspense, l’introduzione di nuovi personaggi e molta più azione.

Importante è anche la crescita dei protagonisti: troviamo una Citra più matura, sicura di sé e pronta a far valere il suo pensiero, sempre più legata al suo mentore, Madame Curie; l’evoluzione scelta per Rowan è sicuramente quella che preferisco, è la conferma che, nonostante si perseguano giusti principi, le azioni per raggiungerli delle volte possono risultare brutali, ciò fa di lui, a mio avviso, il personaggio più credibile e sfaccettato, fragilmente umano. Lo scrittore ci introduce anche un nuovo personaggio, Greyson, che sicuramente avrà un ruolo rilevante nella storia.

Ciò che ho maggiormente apprezzato sono i capitoli dedicati al pensiero del Thunderhead, che, anche se estrapolati dal contesto, costituiscono delle vere e proprie gemme. Se questa intelligenza artificiale ci era apparsa misteriosa nel primo libro, nel secondo ci viene mostrata in modo più chiaro e completo, ho adorato la sua visione onnisciente, il fatto che riesca a provare sentimenti, il modo in cui guarda e si rapporta agli umani e la spiegazione delle sue capacità. Come il titolo del libro ci suggerisce, è lui il protagonista indiscusso della storia, capace di oscurare persino i complessi e interessanti interrogativi sulla morte, fornendoci continuamente profondi spunti riflessivi.

La trama è avvolta da un alone di mistero, lasciando al lettore il compito di proseguire la lettura fino alla fine per svelare tutti gli interrogativi. Thunderhead è un libro che merita davvero di essere letto, avrei preferito forse più capitoli incentrati sui protagonisti per riuscire a comprenderli al meglio, e anche per capire di più lo sviluppo di alcune relazioni (che nel primo libro sembravano nascere sulla base del nulla), ma capisco che si tratti di una scelta stilistica e che in fondo la storia non poteva essere più perfetta di com’è.

Il finale è stato davvero inaspettato, Neil Shusterman ci ha lanciato una vera e propria bomba, non vedo l’ora di leggere il seguito!

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Recensione: L’orso e l’usignolo, Katherine Arden

Tu cavalcherai fino a dove la terra incontra il cielo. Nascerai tre volte: una volta dall’illusione, una dalla carne e un’altra dallo spirito. Coglierai bucaneve nel cuore dell’inverno, piangerai per un usignolo e morirai per tua volontà.”

In uno sperduto villaggio ai confini della tundra russa, l’inverno dura la maggior parte dell’anno e i cumuli di neve crescono più alti delle case. Ma a Vasilisa e ai suoi fratelli Kolja e Alësa tutto questo piace, perché adorano stare riuniti accanto al fuoco ascoltando le fiabe della balia Dunja. Vasja ama soprattutto la storia del re dell’inverno, il demone dagli occhi blu che tutti temono ma che a lei non fa alcuna paura. Vasilisa, infatti, non è una bambina come le altre, può “vedere” e comunicare con gli spiriti della casa e della natura. Il suo, però, è un dono pericoloso che si guarda bene dal rivelare, finché la sua matrigna e un prete da poco giunto nel villaggio, proibendo i culti tradizionali, compromettono gli equilibri dell’intera comunità: le colture non danno più frutti, il freddo si fa insopportabile, le persone vengono attaccate da strane creature e la vita di tutti è in pericolo. Vasilisa è l’unica che può salvare il villaggio dal Male, ma per farlo deve entrare nel mondo degli antichi racconti, inoltrarsi nel bosco e affrontare la più grande minaccia di sempre: l’Orso, lo spaventoso dio che si nutre della paura degli uomini. Nell’incantevole scenario della tundra russa, il primo capitolo di una nuova trilogia fantasy.

Devo essere sincera, inizialmente questo libro non mi aveva convinta del tutto, lo trovavo pubblicizzato ovunque sui social e pensavo che sarebbe stata l’ennesima delusione. Non potevo sbagliarmi di più, quest’estate ho divorato questa trilogia senza rendermene conto e una volta terminata avevo voglia di rileggerla d’accapo. Oggi è sicuramente tra le letture che ho amato di più, per chi non l’avesse ancora scoperta consiglio vivamente di recuperare!

Lo stile di questo libro è fiabesco, fluido, tanto da farti rimanere con il naso incollato alle pagine per scoprire come prosegue. Non poteva essere altrimenti in una gelida terra invernale, carica di magia e leggende. Mi è piaciuto molto il fatto che gli incipit di tutti e tre i libri fossero uguali, difatti iniziano tutti con il racconto di una diversa leggenda russa che in qualche modo condizionerà gli eventi successivi.

Ne l’orso e l’usignolo, il lettore viene sin da subito inserito nella quotidianità familiare di Vasja, la protagonista, conosce la famiglia Vladimirovič e si ritrova insieme a loro, seduto accanto al forno, ad ascoltare la storia di nonno gelo, il signore dell’inverno, Morozko, dalla vecchia balia Dunja. L’ambientazione è l’antica Rus’, di cui riporta le tradizioni e l’interessante folklore, trattando di mitologia, spiriti, demoni e vampiri. Ho trovato interessante scoprire le tradizioni dell’epoca, le strutture delle dimore, come si svolgeva la vita nei villaggi, il vestiario tipico, i riti funebri e tanti altri approfondimenti che aumenteranno nei due libri successive. È evidente la ricerca che sta dietro a queste pagine. Katherine Arden dimostra una conoscenza profonda degli usi e costumi medievali, della storia russa e anche del “profano”, parlandoci dei diversi spiriti della tradizione: sia di quelli che popolano le dimore, come ad esempio il Domovoj, lo spirito del forno, che di quelli che popolano la tundra, come la Rusalka, lo spirito del fiume.

La storia è incentrata su Vasja e la sua famiglia, una bambina con la capacità di vedere gli spiriti che la porterà a venire allontanata dalla gente del suo villaggio e additata come strega. La crescita la renderà̀ una protagonista indimenticabile con un cuore selvaggio, una forza immensa e un disperato bisogno di libertà. La nostra protagonista difatti non cede alle convenzioni sociali dell’epoca, che la vorrebbero moglie o in monastero, in tutto il libro combatterà per la sua libertà di scelta e per essere ciò che è senza alcun limite, assecondando il suo dono unico, in una continua crescita personale che si evolverà magistralmente in questa trilogia della notte d’inverno.

Nella storia il sacro si scontra con la mitologia, in una terra in cui non possono convivere entrambi. Vediamo come la religione soppianta le credenze popolari, tramutandosi in un modo per irretire le masse, direzionandole attraverso la paura e i sofismi, e più spazio viene dedicato a questa meno le creature del folklore riescono a sopravvivere. Ma davvero c’è molto, molto di più̀ da scoprire.

Tutti i personaggi sono caratterizzati in modo incredibile, dall’affascinante re dell’inverno, al tormentato e crudele Orso, alla famiglia di Vasja, all’antagonista, Padre Kostantine, che l’autrice ha reso davvero magistralmente, è veramente complesso il modo in cui è stato rappresentato, non sono riuscita ad odiarlo perché l’autrice l’ha realizzato talmente perfetto nei suoi difetti che non si può non apprezzare.

Una fiaba appassionante da cui lasciarsi stregare, uno stile talmente vivido e ricco che ti trascina dentro la storia senza chiederti il permesso. Ho amato profondamente questo libro nonostante i difetti, sono felice che la trama migliori notevolmente con i due libri successivi, ad esempio per il modo in cui l’autrice approfondirà il rapporto con Solovej, il cavallo di Vasja.

Unica pecca, per me, le copertine terribili (ho provato a non scriverlo), che potevano essere curate un po’ di più vista la bellezza del contenuto.

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Recensione: Midnight Sun, Stephenie Meyer

“For just a second, I saw Persephone, pomegranate in hand. Dooming herself to the underworld. Is that who I was? Hades himself, coveting springtime, stealing it, condemning it to endless night.”

Dopo 15 anni dall’uscita di Twilight, Stephenie Meyer ci offre un biglietto di sola andata per Forks, un ritorno alle origini, per rivivere l’inizio della storia d’amore più improbabile di sempre, quella tra Bella ed Edward.

Inutile negare l’effetto placebo della saga sugli adolescenti dell’epoca e la risonanza che questo urban fantasy ha avuto sugli altri scrittori, nonostante le serrate critiche sulla trama, i continui paragoni con altre saghe completamente differenti e i film tremendi.

Chi, ad esempio, non ricorda l’espressione: “Still a better love story than Twilight”?

Da adolescente ho consumato le mie copie per le tante riletture, ricordo ancora quanto adoravo crogiolarmi nella sensazione di malinconia che mi pervadeva leggendo di quell’amore impossibile, la delusione che ho provato con New Moon e le discussioni infinite con le amiche per decretare chi dovesse risultare il vincitore dell’iconico triangolo.

Ripensandoci adesso mi viene da sorridere, ma riconosco comunque il merito all’autrice per essere stata in grado di segnare una generazione.

Midnight sun è, a mio avviso, un’ottima mossa di mercato.

L’uscita di questo libro avrebbe avuto un senso subito dopo Breaking Dawn, come l’autrice avrebbe voluto fare inizialmente. Dopo tutto questo tempo, però, è evidente che le intenzioni sono altre, e cioè irretire, oltre i vecchi seguaci, anche le nuove generazioni per prepararle a nuovi progetti come, per dirne una, la futura uscita di un nuovo libro che tratta della storia di Renesmee (continuo a trovare questo nome orrendo) e Jacob, che Stephenie Meyer ha da poco annunciato.

Per quanto riguarda la trama, è evidente che l’autrice abbia fatto pochi sforzi, minime sono infatti le novità rispetto alla storia originale.

Troviamo, ad esempio, alcune scene inedite di Edward e la sua famiglia, qualche flashback del protagonista e una maggiore cura nella descrizione dei poteri dei Cullen.

È come se il libro facesse costantemente affidamento su Twilight attraverso continui richiami evocativi e quindi tralasciando descrizioni che invece sarebbero potute risultare utili e interessanti per i neofiti.

Appena cominciata la lettura mi è sembrato di ritrovare vecchi amici, rientrare in una specie di comfort zone che avevo dimenticato. Mi è piaciuta la sensazione di riuscire a ricordare alcuni dettagli, di sapere già cosa sarebbe accaduto in seguito.

Però, ben presto, i difetti del libro sono diventati evidenti come un’accecante insegna luminosa nel bel mezzo di un deserto buio, complice forse una maturità diversa, le scene trash e la ripetizione estenuante nei pensieri del protagonista degli stessi concetti, camuffati, torti, rimestati, ma esattamente identici.

Per non parlare della relazione tossica tra i due protagonisti, Bella dipinta costantemente come una specie di governante, sempre pronta ad assecondare ogni umore di Edward e a fare di tutto per compiacerlo. Lui che non fa che ripetere quanto sia buona, gentile e servizievole, facendoti saltare i nervi.

Finire questo libro è stata una vera e propria sfida personale, non trovo parole per descrivere la noia totalizzante che mi ha avvolto, per la prima volta in vita mia ho seriamente rischiato di addormentarmi davanti a un libro.

Non sento di non consigliarne l’acquisto, i pareri in merito sono davvero variegati e probabilmente la mia è solo una voce fuori dal coro, quindi credo sia un esperienza che bisogna fare e registrare personalmente.

Il protagonista indiscusso del libro è il punto di vista di Edward, non lui, non Bella, non la storia d’amore, ma i suoi incessanti ed esacerbanti pensieri. Per le prime è sicuramente interessante comprendere come funziona esattamente il suo potere, scoprire il suo modo di pensare e incastrare i tasselli mancanti negli incontri con Bella.

Da un vampiro centenario però ci si aspetta una maturità diversa di cui si avverte fortemente la mancanza. Sinceramente non riesco a comprendere la scelta dell’autrice di dipingerlo inizialmente come il mostro che dovrebbe essere, poi come un’adolescente costantemente concentrato sulla telenovela che ha luogo nella sua mente per i pensieri dei liceali che lo circondano, poi di nuovo soffocato dalla paura della dannazione e in seguito, all’improvviso, completamente, follemente, innamorato della ragazza che voleva mangiare e che ha stalkerato.

Insomma, bipolare.

Troviamo un Edward insicuro, inedito, che tenta di caricarsi il mondo sulle spalle ma che non fa altro che dimostrarsi fragile e immaturo.

La cosa che più ho detestato, però, sono le scene trash, piazzate lì come se tentassero a tutti i costi di strapparti un sorriso.

In primis, la scena in classe in cui in mezzo secondo, Edward inscena nella sua mente un milione di modi in cui dissanguare Bella e far fuori i testimoni, l’intera classe, il professore di biologia e magari anche qualche malcapitato che avrebbe potuto accorgersi del massacro, organizza la fuga, sceglie i modi perfetti per coprire i delitti, tutto nei minimi dettagli.

Un’altra scena degna di nota è quella in cui, dopo essersi accorto, nella prima gita da stalker notturno, che la finestra della camera di Bella cigola, la volta seguente si premunisce di olio per lubrificarne i cardini.

Edward ed Emmett che si improvvisano wedding planner, la lunghezza esacerbante del capitolo sulla partita di baseball, l’irritante possibilità, sua e di Alice, di prevedere le mosse altrui e di spiegarcele sia prima che quando accadono.

Il posto d’onore di scena trash indiscussa spetta però alla corsa sfrenata in autostrada a Phoenix, il furto della macchina, la previsione dei posti di blocco.

L’immagine, ormai indelebile nella mia mente, di Edward come nuovo Dominic Toretto, e degli altri vampiri immobili come statue mentre vengono sballonzolati nella vettura, è qualcosa che non si può spiegare a parole, ma soltanto leggere.

Nonostante Midnight sun mi abbia lasciata decisamente perplessa, mi auguro di trovare qualcosa di nuovo e fresco nei prossimi libri della Meyer e spero che in quel caso il ritorno a Forks sia più roseo e soddisfacente.

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Recensione: Il circo della notte, Erin Morgenstern

Appare così, senza preavviso. La notizia si diffonde in un lampo, e una folla impaziente già si assiepa davanti ai cancelli, sotto l’insegna in bianco e nero che dice: “Le Cirque des Rèves. Apre al crepuscolo, chiude all’aurora”. È il circo dei sogni, il luogo dove realtà e illusione si fondono e l’umana fantasia dispiega l’infinito ventaglio delle sue possibilità. Un esercito di appassionati lo insegue dovunque per ammirare le sue straordinarie attrazioni: acrobati volanti, contorsioniste, l’albero dei desideri, il giardino di ghiaccio,.. Ma dietro le quinte di questo spettacolo senza precedenti, due misteriosi rivali ingaggiano la loro partita finale, una magica sfida tra due giovani allievi scelti e addestrati all’unico scopo di dimostrare una volta per tutte l’inferiorità dell’avversario. Contro ogni attesa e contro ogni regola, i due giovani si scoprono attratti l’uno dall’altra: l’amore di Marco e Celia è una corrente elettrica che minaccia di travolgere persino il destino, e di distruggere il delicato equilibrio di forze a cui il circo deve la sua stessa esistenza.

Questo spettacolare libro non racchiude tra le sue pagine una semplice storia.

Al contrario, ti fa sentire come se l’autrice ti avesse strappato uno di quei sogni che si fanno poco prima di aprire gli occhi, un momento onirico sfuggente, dai contorni sbiaditi, per poi riconsegnartelo, vivido e vibrante, impresso nelle pagine.

Lo stile di Erin Morgestern è unico, avvolgente, magico, poetico, surreale.

Scoprire questo libro mi ha dato l’impressione di non aver mai letto prima, è un’esperienza totalizzante, impareggiabile, un varco verso un mondo fantastico e visionario.

L’autrice fa del lettore un protagonista, facendogli dono di alcuni capitoli dedicati.

Sfogliando le pagine, all’improvviso ti ritrovi in fila per il Cirque des Rèves a contemplare meravigliato le luci dell’insegna che prende vita, il maestoso e indimenticabile orologio che domina sulla folla, a vagare tra le file di tendoni in bianco e nero, incapace di scegliere in quale entrare, riesci a sentire il profumo dei dolciumi che inonda le strade, e, quando infine arriva l’alba, ti senti pervadere dalla nostalgia per qualcosa che non hai mai visto.

La fantasia dell’autrice è qualcosa di meraviglioso, ha la capacità di riuscire a mescolare atmosfere magiche e oniriche senza mai cadere nel banale o nel ridondante, tanto da convincerti che sia tutto reale.

La narrazione scorre su più piani temporali e prevede diversi filoni apparentemente scollegati, destinati ad intrecciarsi nel finale.

La storia principale si apre con una sfida lanciata da due maghi, Prospero e l’uomo in grigio, da sempre rivali, che vincola i reciproci apprendisti a fronteggiarsi per dimostrare quale tra le loro opposte scuole di pensiero e di insegnamento sulla magia sia la migliore.

In un mondo in cui l’illusionismo la fa da padrona, la magia viene vista come un semplice trucco troppo complesso per essere compreso.

Nei diversi capitoli vediamo Celia e Marco, i due apprendisti, crescere, istruirsi e infine incontrarsi sullo sfondo del Circo, scenario creato appositamente per la loro sfida, dove si fronteggeranno modellando magie straordinarie e, prevedibilmente, finiranno per innamorarsi.

Il secondo filone è incentrato su Bailey, un ragazzo in cerca della propria strada, timoroso per il proprio futuro, che finisce per sentire un richiamo irresistibile per il Circo senza saperne spiegare il motivo, decidendo di seguirlo.

Il Circo è il vero protagonista della storia, scenario ricorrente e incantato che pare prendere vita di notte, i suoi tendoni a strisce bianche e nere sono come portali inter dimensionali, capaci di trasportanti in mondi dove ogni cosa è possibile e anche la fantasia più improbabile può esser soddisfatta.

L’autrice non ci da mai risposte vere e proprie agli interrogativi che sorgono dalla storia, né  descrizioni dettagliate dei personaggi, lasciando all’immaginazione del lettore il compito infausto di colmare queste lacune.

Nonostante abbia amato questo libro, considerandolo una vera e propria scoperta, non posso far a meno di evidenziarne alcuni aspetti negativi, che successivamente ho riscontrato anche nel secondo libro dell’autrice, Il mare senza stelle, del quale spero di parlarvi presto.

Innanzitutto, il finale mi ha lasciata perplessa (evito spoiler per chi non lo avesse letto), con uno strano senso di incompletezza addosso, insoddisfatta, in quanto detesto non avere una visione conclusiva chiara.

In secondo luogo, nonostante il magico disegno complessivo, ho trovato i personaggi e la storia cristallizzati nel tempo e nello spazio, come se si trovassero sigillati sotto una palla di vetro con la neve. Sebbene sia un’idea affascinante per quanto riguarda le atmosfere, lo stesso, a mio avviso, non può dirsi per i personaggi.

La loro caratterizzazione psicologica è immobile, stereotipata, nessuno sembra uscire dalla propria comfort zone, restano intrappolati negli scarni tratti caratteriali attribuiti loro dall’autrice, perdendo di conseguenza di umanità e realismo, non ci sono colpi di scena degni di chiamarsi tale, né una vera e propria crescita interiore, tutto fila liscio come l’olio, sfiorando i margini del paradosso.

Complessivamente però bisogna dire che il Circo della Notte è un libro unico, un sogno ad occhi aperti da non lasciarsi assolutamente sfuggire, e lo stile dell’autrice è qualcosa di raro e prezioso, indimenticabile, capace di ridefinire il concetto di magia.

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Presentazioni

“I mostri più spaventosi sono quelli che si nascondono nelle nostre anime.” Edgar Allan Poe

Per ogni nuovo inizio c’è sempre una porta che si chiude alle nostre spalle, una pagina che viene voltata, un capitolo che si conclude e una nuova avventura in attesa di essere intrapresa. L’ignoto ci spalanca i battenti, ci dona scelte, infinite possibilità e anche, perché no, errori nuovi di zecca da commettere.
A chi volesse unirsi a questo viaggio, lasciandosi trasportare in misteriosi universi sconosciuti, do il benvenuto.

Mi chiamo Chiara, ho 26 anni, sono una studentessa universitaria e sono una ragazza che sogna e respira carta e inchiostro. Spero di creare, in questo blog, un luogo dove poter condividere con voi le mie passioni, dove poter scambiare opinioni sui libri e sui temi più disparati. Per presentarmi ho scelto di mostrarvi questo libro spettacolare, che considero il mio vangelo, quello dal quale non potrei mai separarmi.

La scrittura di Edgar Allan Poe mi ha sempre affascinata, i suoi testi sono piccoli tesori oscuri a cui abbandonarsi. Il suo stile intramontabile è caratterizzato da tinte fosche, gotiche, ed è incentrato sull’indagine psicologica. Sviscera temi come la morte, il macabro, il lutto. Delle sue geniali opere traspare il profondo turbamento interiore che da vita alla sua arte, la sublime sensibilità precaria che lo contraddistingue e la sua indiscussa capacità di squarciare il velo che ci separa dal sovrannaturale per riplasmare i contorni della realtà, in cui sono gli uomini i veri mostri.
Oggi viene considerato precursore della letteratura dell’orrore, nonché fonte d’ispirazione per diversi generi letterari. Influenza, ad esempio, l’immaginario di H. P. Lovecraft, Arthur Conan Doyle, Jules Verne e Charles Boudelaire.

Voglio, inoltre, svelarvi il perché di questo bizzarro nome. L’atropa belladonna è una pianta che mi ha sempre incuriosita. Il suo nome deriva dai suoi letali effetti e dall’impiego cosmetico. Atropa, difatti, era il nome greco di una delle tre Moire, le dee del destino, che, nella mitologia greca, taglia il filo della vita, scelto per ricordare che l’ingestione delle bacche della pianta può causare la morte; mentre l’epiteto Belladonna fa riferimento ad una pratica tipica del Rinascimento, le dame utilizzavano il collirio basato su questa pianta per dare lucentezza agli occhi grazie alla sua capacità di dilatare le pupille. Sono proprio le sue molteplici sfaccettature ad avermi fatto pensare: perché no? La piante è in grado di agire sul sistema nervoso, viene usata in medicina, nel campo cosmetico e anche come veleno, può provocare allucinazioni, febbre, deliri. Come tutte le cose belle ha un lato potenzialmente pericoloso, perciò il nome Belladonna a Colazione per me sottintende una scelta. Ogni nuovo giorno comincia con una colazione, sia solo un semplice caffè, un bicchier d’acqua o qualcosa di più complesso. Ogni giorno spetta a noi decidere in che modo approcciarci alla vita, se inghiottire le bacche della belladonna e lasciarci avvelenare dalla negatività, o al contrario, scegliere l’infuso delle sue foglie e trovare la pace.

Spero sia stato piacevole trascorrere questo tempo insieme, e spero torniate a farmi visita!

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